• ott
    27
    2017

Album

Atlantic Records, Wea

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Con tre dischi in altrettanti anni i Weezer confermano quell’instancabile prolificità (7 album negli ultimi dodici anni e uno nuovo in uscita) che ha un po’ contraddistinto il percorso ventennale fin qui intrapreso. Purtroppo, come spesso abbiamo avuto modo di constatare, il termine prolifico può far rima con accezioni non del tutto positive e – senza mezzi termini – è sicuramente il caso di questo Pacific Daydream che, dopo i timidi passi in avanti compiuti nella precedente prova (White Album), sembra farne almeno due indietro. Colpa probabilmente di una voglia maniacale di sperimentare, mescolando colori (nessuna copertina monocromatica questa volta) e sapori.

Il richiamo alle origini avvertite in White Album – con i suoi riferimenti ad sound tipicamente 70s – viene qui annichilito, a favore invece di una componente pop disarmante, se riletta alla luce del curriculum dei Nostri. Dribblando qualsiasi forma di inutile spocchia, a convincere meno è la mancanza di un’idea concreta alla base del disco, che sbanda tra effluvi synth-pop ed elettronica, fino a fugaci citazioni di elementi hip-hop e reggae. Poco o nulla di quel marchio di fabbrica alt-rock – apprezzato, tra gli altri, dai promettenti Francobollo – e di cui qui sono distinguibili solo sbiaditi contorni ritagliati intorno a brani come Mexican Fender, singolo apripista che per il suo tiro aveva un po’ ingannato tutti, mentre in scaletta si rincorrono esperimenti che hanno la sapidità del più scialbo e patinato pop. L’impressione è quella di essere risucchiati in una playlist di Spotify dove in copertina giganteggia l’immagine dei Maroon 5, e a poco servono gli stralci acustici di QB Blitz o le atmosfere fastidiosamente indorate di Sweet Mary, poiché tutto finisce per ridursi a un innocuo e scontato girotondo sonoro.

L’unica linea di continuità con gli esordi è rappresentata esclusivamente dal songwriting, sempre debitore, anche nelle tematiche, verso un background nineties con riferimenti a fatti realmente accaduti (La Mancha Screwjob racconta ad esempio lo scandalo che sconvolse il mondo del wrestling nel 1997 e di cui fu vittima l’atleta Bret Hart) o a episodi strettamente personali, entrambe sfaccettature apprezzate dai fan della prima ora. Allora cos’è a non funzionare? Probabilmente, oltre alla concretezza, anche una mancanza d’identità alla base di Pacific Daydream che ci auguriamo non finisca per influenzare ed intaccare ulteriormente il cammino dei Weezer. È fisiologico che ci sia la voglia di rinnovarsi dopo quasi venticinque anni di attività, ma ciò non giustifica il continuo muoversi a naso, quasi a tentativi, ed in quest’ottica preoccupa ulteriormente l’annuncio di un nuovo album previsto per il prossimo maggio: sarà la (s)volta del trip-hop, del post-rock o del reggaeton? Staremo a sentire, ma intanto questo è un cruento passo falso.

6 Novembre 2017
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