Recensioni

Non si arresta la parabola ascendente della musicista californiana Weyes Blood, al secolo Natalie Mering, adepta iniziatica di un folk adultero e con radici ultraterrene. Una ricerca iniziata con il precedente The Innocents e sublimata in questo FrontRowSeatToEarth, specchio nitido di tutta l’irrequietezza d’animo della Nostra, scissa tra richiami alla tradizione e l’insana voglia di tracciare un nuovo allucinato e personale percorso. Lo s’intuisce da come approccia la composizione (qui sostenuta da Chris Cohen) e da come tutti i pezzi del puzzle sembrino ora finalmente incastrarsi alla perfezione: «canzoni dolorose che celebrano l’ambiguità dell’amore e raccontano il conflitto tra l’armoniosità della vita e le contraddizioni del mondo» – con un esplicito riferimento al complicato rapporto Uomo-Natura (leitmotiv della sua produzione audiovisiva carica di densi ed oscuri significati) – e che fungono da viatico alla fitta trama di sonorità drogate da un’ormai costante componente spacey.
Nei chiaroscuri di FRSTE tutto viene filtrato da improbabili tastierine, corni e pennellate di elettronica su cui la voce di Natalie è solo una veste leggerissima ed inafferrabile. Ma è proprio nelle zone d’ombra che la luce riesce ad essere più vivida, sicché in appena nove tracce accade tutto ciò che ci si potrebbe aspettare e forse anche qualcosa in più: dall’emotivo bridge di Diary al madrigale di Be Free – acuito da voci che si sdoppiano senza sosta– passando per le pulsioni spacey che ricordano i Toy di Join The Dots in Do You Need My Love fino alle propaggini filmiche di Can’t Go Home, scrigno in grado di custodire tutti quegli universi paralleli ridisegnati da Björk e qui richiamati. Più isolati, invece, gli episodi dove si esalta il folk nudo e crudo – quello di matrice 70’s (Used To Be) – altra componente fondamentale e che, in coda a Seven Words (tra gli episodi migliori del disco), cita tutta quella corrente che ha fatto della retromania il proprio vessillo (basti pensare ai dischi recenti di Ray LaMontagne e Ben Watt). Un appunto va fatto proprio in questo senso: FRSTE non riesce ancora ad assorbire e bilanciare perfettamente la natura multiforme di Weyes Blood portando ad una frattura appena avvertibile ma (ci auguriamo per il futuro) evitabile all’interno del disco. Le ultime note sono quelle di una nenia sincopata (Away Above) che va a schiantarsi contro i suoni nervosi (un’orchestra, un tenore, delle urla?) di chi ha scelto «un posto in prima fila sulla Terra».
È sempre più difficile rinchiudere in un’etichetta predefinita il progetto portato avanti da Weyes Blood, dove riescono a convivere pacificamente un etereo animo folk e spigolose venature space-dream. In FRSTE – come già è accaduto con le spinte riformatrici di Sturgill Simpson di Metamodern Sounds in Country Music – tradizione ed avanguardia, Sibylle Baier e Björk, s’incontrano in un magma sonoro al limite del post-moderno e altamente godibile. Date “spazio” all’immaginazione.
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