Recensioni

«I may not always love you / But long as there are stars above you / You never need to doubt it / I’ll make you so sure about it / God only knows what I’d be without you». Fa un certo effetto riascoltare il classico dei classici, l’inno all’amore wilsoniano nell’esecuzione acustica di Weyes Blood, riproposta solo pochi giorni fa nel corso del live a Santa Cruz. Un effetto doppio, un turbinoso rimescolio emozionale derivante sia dall’ondata di ricordi che un simile brano porta con sé, sia dalla nuova interpretazione che assume grazie alla voce di Natalie Mering. Alla luce dell’uscita del suo quarto album, infatti, l’epopea sentimentale targata Beach Boys riassembla i suoi connotati per trasformarsi in un canto disperato e fatalista delle sorti del pianeta Terra, con quel «God only knows what I’d be without you» dove «you» è proprio il nostro pianeta, destinato a una fine che appare sempre più inevitabile, dilaniato dall’umanità e pronto a restituirne il conto sotto forma di climate change. Un’umanità condannata a essere sommersa dall’acqua, con gli oceani (con annessa risalita in superficie del mitico Titanic) pronti a invadere tutta la bellezza della terra emersa che da millenni prende il nome di civiltà (provando per un momento a parafrasare la poetica copertina).
Questo requiem per l’umanità non poteva che cominciare con un viaggio nel passato, nella memoria di un soggetto dall’interlocutore sconosciuto (un amante, un figlio), a un tempo in cui ogni cosa era dotata di una semplicità figlia dello sguardo infantile, un’innocenza destinata a soccombere (A Lot’s Gonna Change). L’ineluttabile fa così il suo ingresso nella maniera più diretta e naturale possibile, risultato di un sottile lavoro compositivo, di una sensibilità artistica ormai pienamente matura, che dopo aver scandagliato le variegate contraddizioni del mondo, prende atto della fine imminente e si fa voce di un canto romantico volto a far prevalere tutto il sublime che l’umanità ha saputo generare pur nella sua condizione mortale. E il passato della Mering fa rima con quel Giardino dell’Eden (musicale) che ben si sposava con l’immagine bucolica di certo cantautorato folk di stampo Laurel Canyon (siamo nel biennio 1970-71 di Ladies of the Canyon di Joni Mitchell e di Tapestry di Carole King), sublimato grazie agli arrangiamenti à la George Martin. Un nome quest’ultimo non certo preso a casaccio tra le varie influenze della Nostra, e che si evolve in una dimensione più attuale nella successiva Andromeda, dove appare fin da subito avvolgente il connubio spontaneo tra il testo ricco di spiritualità e la fluidità delle chitarre seventies di ispirazione georgeharrisoniana; è un invito a lasciarsi andare contro ogni previsione di sconfitta, un inno all’intensità del sentimento, che mantiene la sua unicità sia che questo conduca alla felicità o al dolore.
Non manca l’ironia (Everyday), quella che fotografa perfettamente lo spettro della solitudine sentimentale a dispetto del frastuono digitale in una società alla perenne ricerca di un amore meccanico, costretto a rinnovarsi ogni giorno (e che metaforicamente la dilania al ritmo di uno slasher movie, come esplicitato anche nel bellissimo videoclip). A permeare il tutto, secondo una sorta di tradizione che ormai possiamo definire tranquillamente weyesiana, c’è la speranza («the quintessential human delusion, simultaneously the source of your greatest strength, and your greatest weakness»), un nucleo pulsante al centro di ogni tormento emotivo, causa e soluzione di ogni problema dell’esistenza. L’umanità ne ha disperatamente bisogno, anche a costo di condannarla a sua volta e di rivelarne un significato doppio, al contempo mortificante e liberatorio. È un tema questo riproposto dalla Nostra da angolazioni sempre diverse: nello spettro del passato di Ashes, nei dubbi sul futuro incerto in Seven Words e ora carico di una forza ancor più genuina in Something to Believe, in cui credere risulta fondamentale per oltrepassare quella cortina di futilità che sembra ormai aver recintato le connessioni umane. A cosa credere, quindi, quando la nostra realtà appare incapace di restituire la bellezza della quale pure è costituita? Al cinema, ultima frontiera della riproduzione tecnica in grado di raccontare miti e leggende, vite disperate o sogni a occhi aperti, paesaggi paradisiaci o distese infernali, di tradurre in immagini ciò che non riusciamo più a comunicare («Put me in a movie and everyone will know me»), con la consapevolezza di esser scesi a patti con un ulteriore filtro? Probabilmente no. La risposta è solo in noi stessi (Mirror Forever), nel dolore che proviamo, nella perdite che subiamo, nel fare tesoro dell’esperienza.
Lo scontro eterno tra passato e presente diventa la chiave per comprendere la contemporaneità (Wild Time), in una giostra che non fa che ruotare allo stesso modo, epoca dopo epoca, cambiando leggermente la sua angolazione («It already happened»). Un fatalismo difficile da sradicare: dopo aver osservato i tormenti dell’umanità da un posto in prima fila sul mondo, Weyes Blood (con l’ausilio del produttore Jonathan Rado, membro dei Foxygen e già dietro al successo di Father John Misty, Alex Cameron, Lemon Twigs e Whitney), assembla una sintesi precisa di un decennio intero (quello degli anni Dieci), dove tutto è già scritto e quello che poteva essere fatto è solo un ricordo lontano. Titanic Rising è una riflessione importante sulla comprensione, sul perché certe scelte sono state compiute, anche se queste non ci sono sembrate chiare in un primo momento. Un’ultima cartolina spedita dall’ultimo ufficio postale rimasto sulla Terra. La speranza, sublimata in calma rassegnazione, risiederà in un oltre-mondo non specificato ma forse uguale a questo, dove tutto acquisterà un suo senso, dove tutto il dolore verrà finalmente ripagato (Picture Me Better) e si potrà ricominciare a girare (Nearer to Thee rimanda in maniera circolare all’incipit) con una consapevolezza nuova, matura.
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