Recensioni

6.7

Banalmente, è tutta una questione di aspettative. Si potrebbe dire questo del nuovo album dei Wilco, pubblicato a sorpresa in free download. Dopo l’esperienza in famiglia con Sukierae e a quattro anni dal precedente The Whole Love, i chicagoani tirano fuori un nono disco spacciandolo per un divertissement. Almeno, sarebbe questo il modo più scontato di etichettarlo, vuoi per la modalità di pubblicazione, vuoi per la durata dell’album. Eppure, se la prima questione ormai non stupisce più nessuno (e gli stessi Wilco non sono nuovi a queste trovate), la seconda dice di un’assimilazione della lezione di Jim O’Rourke sulla durata perfetta di un prodotto discografico “lungo”. Per O’Rourke sono 38 minuti, per i Wilco, a questo giro, sono 33 e rotti.

Questione di aspettative, si diceva, e il parallelo, fin dall’iniziale EKG, è con i Sonic Youth. Se da sempre l’opening è l’indizio perfetto che Tweedy e soci concedono all’ascoltatore su ciò che lo aspetta (I Am Trying To Break Your Heart e Art Of Almost ne sono prove, non in toto ma quasi), allora EKG, strana creatura a metà tra Thurston Moore e i Contortions, è qui a dimostrarlo. In quasi tutto Star Wars i suoni sono un impasto di Big Star virati noise (Pickled Ginger), di Rolling Stones privati del groove e riempiti di distorsioni (The Joke Explained), di ibridi tra rumore e hard rock (King Of You, dove si sente addirittura il fantasma chitarristico di Duane Edison dei Jesus Lizard). E tutto ciò sarebbe a suo modo sorprendente, se le aspettative risiedessero nel vedere i Wilco come semplice pop band. Se invece li si guarda anche come sperimentatori, la questione si sgonfia. Chi ha ascoltato le derive krautrock o sintetiche dei dischi precedenti e il lavoro sull’Americana non può fare a meno di essere scettico perché, al netto di bei momenti pop come More…, della psych ipnotica come da titolo Magnetized, della bella ed epica You Satellite, i Wilco paiono avere leggermente perso smalto quanto a cose da dire e alle modalità con cui dirle. Questo potrebbe essere etichettato come il disco di Nels Cline, in cui la sua chitarra riempie ogni spazio. Se da un lato si rivela una scelta godibile, dall’altro parte da un assunto forse implacabile, e cioè che oggi è difficilissimo apportare novità sonore affidandosi solo alla sei corde. D’altronde, la rivoluzione si può fare solo una volta, se va bene.

Il confronto coi Sonic Youth di cui si diceva è soprattutto di portata filologica. Pur se con sonorità diverse, Star Wars fa lo stesso lavoro di Murray Street. Disco rilassato, piano, che dimostra come si possa vivere di un manierismo dorato pur non essendo più panzer dell’innovazione (sonora o autorale, non importa). Molto dipende dalla volontà dell’ascoltatore e dal suo grado di frequentazione con la discografia dei chicagoani. Se lo si guarda come disco divertente e rumoroso, Star Wars fa discretamente il suo dovere. A chi invece si aspettava l’ennesimo scarto, il salto dalla sedia per un suono irriconoscibile ma familiare (e la mente va proprio ad Art Of Almost), consigliamo magari di aspettare il prossimo giro.

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