Recensioni

7.3

Il miglior funerale mai esistito. I Wild Beasts hanno deciso di lasciarci e lo fanno con la solita eleganza. Un best of freddo e asettico sarebbe stato una caduta di stile, meglio invece far calare il sipario sulla loro carriera con i loro brani migliori, quelli più conosciuti e apprezzati, rianimati, per un’ultima volta, dal calore della dimensione live. Li abbiamo conosciuti sotto il riflesso di British Sea Power e Talk Talk ma ben presto il loro art rock e synth pop ha brillato di luce propria regalandoci un sound corposo e testi viscerali.

Last Night All My Dreams Came True raccoglie quindi tredici brani registrati in due giorni agli studi RAK di Londra; si tratta di una radiografia sincera della band o, meglio, siamo di fronte a un disco in cui «c’è un senso di celebrazione e distruzione combinate», come direbbe lo stesso Tom Fleming. Sedici anni di carriera, i cui lineamenti risultano sfuocati dal passare del tempo, vengono cristallizzati in quest’ultimo rito profano. I Wild Beasts hanno sempre trasmesso sensazioni di contrasto, tensioni illuminate da un crepuscolo tutt’altro che rassicurante, e «we’re decadent beyond our means» in Wanderlust rende vivida questa immagine. Persino la scelta definitiva del titolo del disco suona allo stesso tempo come condanna e liberazione: «la scorsa notte tutti i miei sogni sono diventati realtà» lascia l’amaro in bocca, lo stesso gusto che in molti hanno dovuto masticare quando, a sorpresa, è arrivata la notizia dello scioglimento del quartetto di Kendal. Forse si tratta di un passaggio obbligato e del tutto naturale, o almeno questo verrebbe da pensare rileggendo alcune cose che la stessa band ci aveva confidato su queste pagine: «Ognuno di noi ha avuto le sue esperienze, le sue tragedie in un certo senso, e le ha condivise. Siamo cresciuti e abbiamo voluto sapere di più, conoscere più a fondo le cose. Personalmente, ho conosciuto meglio me stesso in questi due anni», diceva Thorpe in occasione dell’uscita di Boy King.

Morti i Wild Beasts, viva i Wild Beasts. Non solo perché sono stati uno dei gruppi indie-rock che dopo il boom del genere hanno saputo mantenere alta l’asticella della qualità facendola stare in equilibrio sulla loro stessa personalità, ma anche e soprattutto perché ascoltando il loro lascito, si possono apprezzare appieno il piglio dance di Hooting & Howling, la spiritualità di The Devil’s Palace o i muscoli di Big Cat. Parliamo di una tracklist che tra l’altro è ben confezionata e lascia per ultimo il disperato afflato di Celestial Creatures: «Every fiber remains so alive, Oh, these are blessed times».

Chi non vorrebbe congedarsi lasciando risuonare nell’aria versi del genere? Qui sta la differenza tra i Wild Beasts e tante band che negli ultimi vent’anni hanno attraversato la wild side del mainstream: lo stile. Loro ne avranno sempre da vendere.

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