Recensioni

Torna William Basinski dopo un solo anno dalle suggestive interpolazioni da wormhole di On Time Out of Time. Lo fa con un disco che riprende a giocare con il concetto di tempo così come già aveva fatto in quei Disintegration Loops che restano ad oggi la sua opera più celebrata. Eccolo allora a smanettare con nastri risalenti al 1979: siamo davanti a un altro lavoro che è puro feticcio hauntologico, ma – come già nella famosa serie disintegrativa – non fine a sé stesso.
Perché anche stavolta nel suo giocare tra audiofilia e sfasamenti temporali Basinski non perde mai di vista il significato, insieme alle masturbazioni del significante. Le 12 tracce di Lamentations restano estremamente evocative e suonano purtroppo terribilmente attuali. Sono l’arredamento sonoro ideale per case che nella contingenza attuale rischiano pericolosamente di diventare dei non-luoghi. Il lockdown è un’apoteosi hygge che si è saturata immediatamente, la falsa serenità di una tisana presa sul divano di casa mentre fuori tutto è chiuso, funestata dal suono delle ambulanze in lontananza. Musica triste e oscura per tempi bui, nostalgica di un passato che viene riesumato con le stimmate di un non-morto, un cadavere putrefatto e sempre molto affascinante. Siamo insomma dalle parti di un Burial che copula armoniosamente con i Tangerine Dream di Alpha Centauri, per un risultato che è meno pop di entrambi i genitori.
Abbiamo tra le orecchie una sonorizzazione che risulterebbe tagliata su misura tanto per accompagnare la natura mutante, aliena e imperscrutabile dell’Area X di Vandermeer quanto per suonare nella sala da ballo marcita e infestata dalle alghe del Titanic. Questo soprattutto quando Basinski estrae dal suo consumato cilindro qualche efficace numero di puro mestiere, come le voci femminili da opera di All These Too, I, Love: il dettaglio classico che dà una sfoglia raffinata ad un glitch autistico e via via sempre più haunted nella sua inquietante ripetitività, oppure un progressivo assottigliamento, fino quasi a spegnersi, che sa di ultimo respiro fresco di esalazione (Tear Vial).
Guardandola da una prospettiva più socio-economica, questa di Basinski è la resa sonora dei «fantasmi della nostra vita» battezzati da Mark Fisher. Se, per dirla con Benjamin, non «sperimentiamo la Storia» e, arrivando a Zizek, la sperimentiamo nella misura in cui siamo spettatori dei relitti lasciati dal capitalismo dietro di sé (o meglio, al suo interno), allora Lamentations è una delle più riuscite messe in suono di quell’inerzia del reale che oggi ci è sempre più quotidiana. Ascoltiamo un passato che ora non è più solo nostalgico rifugio da un presente di inedia, ma è porto sicuro dall’Apocalisse in atto. Eppure, mentre guardiamo indietro per non fuggire dall’Ora, non possiamo più fare a meno di notare le crepe che invadono quei palazzi (sempre meno) dorati. Per usare l’espressione di uno smargiasso (ma a questo giro calzante) come Baricco, noi oggi siamo in grado di «pensare un impensabile».
Con la pandemia l’Apocalisse è entrata nelle nostre vite e stiamo toccando con mano la fine del mondo. Un disastro globale non roboante ma mesto e altrettanto inesorabile, che ha il suono del silenzio del mondo esterno la sera quando tutti sono confinati a casa. Oppure, quello di questo disco.
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