Recensioni

Quella di William Patrick Corgan, il nostro eterno Billy, è un’interessante parabola, unica nel suo genere. Icona indiscussa di un decennio irripetibile, inventore e despota di una creatura maestosa, mainstream e marginale al contempo, gli Smashing Pumpkins, negli ultimi quindici anni ha ostinatamente combattuto un oblio apparentemente inevitabile. Lo ha fatto attraverso dei dischi accessori, laterali e talvolta prescindibili con la sua band originaria, sempre più decimata e a tratti irriconoscibile, e poi con improbabili reviviscenze (quegli Zwan che nessuno ricorda), e infine con una coraggiosa carriera solistica, mandata avanti imperturbabilmente, tra l’altrui condiscendenza e, talvolta, la vera e propria presa per il culo. Mentre noi, amanti della prima ora, noi che l’avevamo eletto profeta di un’adolescenza periferica racchiusa nelle camerette dei nostri tredici anni, un po’ l’avevamo seguito e un po’ no, in un misto di perplessità e nostalgia, salvo poi darci tutti appuntamento a Bologna, nel 2018, per un indimenticabile rito collettivo di ricongiungimento col nostro passato, che scoprivamo miracolosamente essere ancora lì, in qualche modo.
È stato catartico e doveroso ricordare quanto grande fosse quel Corgan che non ha mai visto adeguatamente riconosciuto il suo abnorme talento; quel Corgan che pure negli anni d’oro si era visto puntualmente scalzato da qualcuno che aveva avuto più fortuna e tempismo di lui: un eterno secondo che era il più bravo di tutti, e che non aveva mai fatto mistero di esserne profondamente convinto. Ma uno così non poteva accontentarsi di ribadire una volta di più quanto immensi fossero i suoi Smashing Pumpkins: uno così aveva ancora bisogno di dimostrare al mondo che esiste, e che ha ancora tanto da dire. Dal suo attivissimo profilo Instagram, alla vigilia dell’uscita del suo nuovo lavoro, ha dichiarato: «Don’t miss the chance to hear it for yourself before others tell you what my songs are or aren’t. There is a reason I trust you, the people who support me day in and day out, to decide whether or not my efforts are worthy. We live in a different world now, where an artist can speak directly to you without the filter of mass media shaping your heart and opinions before you’ve even had a chance to decide whether this music speaks to you. And this is absolutely an album from my heart».
Questo suo Coitillons è idealmente un doppio album: ben 17 brani che raccontano dov’è ora. Nel Sud profondo dell’America, ci verrebbe da dire. Molto più a sud dell’Illinois, dove è nato e dove ancora vive; forse verso il Tennessee, o magari ancora più a sud: Mississippi, Louisiana… ecco, forse è finito nei pressi di New Orleans. William Patrick Corgan ha fatto la sua Americana: chitarre acustiche disadorne (To Scatter One’s Own, Hard Times), cori (Colosseum, Fragile, The Spark) e persino violini (Buffalo Boys). Il folk, finanche il country spinto (Jubilee). E se a tratti ritorna la fascinazione inevitabile per il pianoforte (come nella title track), primo amore che ricompare ciclicamente e che aveva scandito quasi interamente le atmosfere sognanti e malinconiche del precedente Ogilala, qui siamo alle prese con un disco elegiaco di ballate da East Coast.
Un album di ottima fattura, del tutto privo di riempitivi, solido e ispirato, ma che ancora una volta non sarà abbastanza, che ancora una volta ci farà rimpiangere gli Smashing Pumpkins. Perché è questo il destino infelice di chi sopravvive al proprio mito, ma soprattutto di chi è stato protagonista dell’epifania di qualcuno: quell’epifania non tornerà mai più, ma continueremo a ricordarcela per sempre.
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