Live Report

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Quando all’inizio dell’anno è stata comunicata ufficialmente la reunion degli Smashing Pumpkins (ancorché orfani di D’Arcy Wretzky) ed è stato annunciato il loro ritorno sulle scene con un tour mondiale dal titolo So Shiny And Oh So Bright, ci siamo lungamente interrogati su quanto senso avesse questa operazione-recupero apparentemente fuori tempo massimo, vale a dire dopo quasi vent’anni da quei due Machina che avevano sancito la fine del progetto, quantomeno nella sua formazione originaria, e avviato una serie di scarnificati spin off il cui unico protagonista era stato un sempre più marginale Billy Corgan. Sebbene nel 2018 ricorresse il venticinquennale di uno dei loro dischi più leggendari, Siamese Dream, e i trent’anni di carriera della band, era più che lecito domandarsi se questa rifondazione fosse un’iniziativa meramente celebrativa, pensata per più o meno deprecabili ragioni di opportunità pratica, o se invece corrispondesse a una genuina urgenza espressiva, a un sincero bisogno di riapparire per restituire alle vecchie e alle nuove generazioni il racconto di prima mano di un epos straordinario.

A giugno, il singolo Solara, primo estratto dall’EP Shiny And Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun (in uscita il prossimo 16 novembre), ci ha colti di sorpresa per la capacità di riportarci immediatamente a un tempo che credevamo perduto: paradigmi stilistici familiari, eppure non così prevedibili (nei suoni quanto nel linguaggio espressivo), ci hanno riconsegnato un’eredità che credevamo sepolta, e che invece abbiamo scoperto ancora vivente. Ciò ha alimentato il legittimo sospetto che valesse la pena di dare una possibilità a questi pretenziosi cinquantenni (Billy Corgan, James Iha, Jimmy Chamberlin), che, col supporto del sodale Jeff Schroeder e del bassista Jack Bates (figlio di Peter Hook), si sono presi la briga di ricordare al mondo chi erano e chi sono gli Smashing Pumpkins.

L’unica, attesissima data italiana, in una Unipol Arena andata prevedibilmente sold out, ha tutta l’aria di dover essere ricordata come una liturgia del ricordo. Il tour è infatti incentrato sull’esecuzione di brani tratti da Gish, Siamese Dream, Mellon Collie and the Infinite SadnessAdore e Machina/The Machines of God. Quasi dieci anni di musica, a quasi vent’anni di distanza, non possono che produrre un effetto straniante, e per certi versi dolcemente straziante. C’è un’intera generazione, quella degli Xennial, che non ha avuto l’opportunità di ascoltare dal vivo questi capolavori per banali ragioni di timing: quando sono usciti quei dischi, erano poco più che bambini. Questo tour ha rappresentato per tantissimi l’opportunità di rivivere una magia vissuta in differita, rimasta in sospeso.

Ma veniamo al concerto. L’Arena è gremita e attende paziente l’arrivo di Lui, Sua Maestà Billy Corgan, il controverso frontman che ha sempre compensato egregiamente uno sfrenato egocentrismo e una spiccata autoreferenzialità con uno straordinario talento compositivo e una scrittura elegiaca, tali da fargli perdonare qualunque pericolosa tendenza a indulgere in eccessi talvolta persino caricaturali. Ed è proprio lui che apre il concerto, dopo l’intro affidata al brano strumentale Mellon Collie and The Infinite Sadness, comparendo al centro del palco col suo consueto piglio un po’ goffo e sgraziato, armato della sola chitarra acustica per intonare una versione da brividi di Disarm: un mare di lacrime involontarie, mentre sul megaschermo scorrono immagini di lui bambino. L’ingresso della band al completo corrisponde all’esecuzione di Rocket, da Siamese Dream, da cui già s’intuisce quel che verrà confermato successivamente nelle oltre tre ore di live: esecuzioni impeccabili e fedelissime alle versioni incise, in ossequio a una rilettura puntuale e precisa. Dopo Siva e Rinocheros, tratte da Gish, arriva la prima sorpresa del concerto (non così inaspettata, visto che la cover è stata inserita nella scaletta di pressoché tutte le date del tour): un credibilissimo Corgan alieno, avvolto in un impermeabile argenteo, intona Space Oddity di David Bowie. Insieme a una ancor più riuscita Stairway To Heaven, eseguita più avanti, una incerta Landslide (di Fletwood Mac, b-side di Disarm inserita anche nella raccolta Pisces Iscariot, cantata da Amalie Bruun), e la sorpresa finale di Baby Mine, la canzone del film Disney Dumbo del 1941, riscontriamo ben quattro digressioni in una set list che, come già detto, attraverserà la produzione degli Smashing Pumpkins che va dal ‘91 al 2000. Trovano spazio anche alcune memorabili b-side (Drown e Blew Away – scritta e cantata da James Iha) e Silvery Sometimes (Ghosts), il secondo singolo estratto da dall’EP Shiny And Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun, di cui proprio in questi giorni è stato pubblicato il video. Tanti momenti commoventi (la già citata Disarm, la lisergica Soma, la struggente Rinocheros, la delicatissima For Martha, dedicata alla madre di Corgan, oltre all’attesissima 1979). Altrettante le esplosioni collettive (Zero, The Everlasting Gaze, Mayonaise, Cherub Rock, Ava Adore, Today, Bullet With Butterfly Wings), in cui peraltro la voce di Billy Corgan ha dimostrato una resa ineccepibile, di gran lunga superiore ai primissimi live americani, in cui si percepiva ancora un po’ di ruggine.

È stato un live memorabile per gli oltre 14.000 presenti, il proverbiale momento catartico che annulla le coordinate temporali. Del resto «Time is never time at all» e certe cose restano e resistono al tempo stesso, ti rimangono dentro anche se nel frattempo gli ascolti si sono evoluti e le rockstar sono irrimediabilmente ingrassate. Gli Smashing Pumpkins incarnano, assieme a pochi altri, la magia di un’era che non siamo ancora riusciti ad archiviare del tutto: per un breve e intensissimo decennio hanno prodotto musica meravigliosa che varrà sempre la pena ricordare e riscoprire.

19 ottobre 2018
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