Recensioni

6.3

Tra tutte le band in rampa di lancio tra le gerarchie del pop rock europeo, i londinesi Wolf Alice sono senza dubbio la più vivida incarnazione della proverbiale e boriosa next big thing, un termine che nel loro caso (come in numerosi altri prima del loro) gli si è appiccicato addosso, come un anatema: tutto questo avveniva una manciata di primavere fa, quando i Nostri, attivi da un lustro almeno, facevano la loro prima uscita tra i grandi con un esordio convincente, quel My Love is Cool sì legato agli stilemi della band-da-palazzetto che verrà, ma anche sorprendentemente maturo, abbastanza da voler rimpolpare il loro essenziale lirismo brit rock con una struttura sonora notevole e temeraria che mette d’accordo adolescenti in cerca di nuovi santini da bruciare sull’altare della pubertà e pseudo-matusa che, al primo ascolto, non avrebbero esitato un solo secondo a derubricare tutta la faccenda a mero teatrino del revival brit pop.

Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, ed ecco che i Wolf Alice entrano in punta di piedi e con il lieve imbarazzo delle matricole tra i pesi massimi della scena, mentre il loro nome compare tra i cartelloni dei maggiori festival estivi, uno su tutti il Glastonbury, evento in cui i Nostri hanno provato la loro effettiva bontà come live band massiccia e galvanizzante. Il cartello con la scritta “next big thing” è, dopo due anni, ancora appeso sulle loro schiene, come un giuramento insolubile che t’impone di tenere alto il tenore delle tue uscite pubbliche, rendere impeccabile il tuo physique du role e filtrare inni pop generazionali attraverso una perfetta ed equilibrata produzione digitale, quella dai bassi fragranti, le chitarre pastosissime (con un velo di psichedelia, che non fa mai male): come visto, le carte i Nostri ce le hanno (una su tutte, la più vincente: Ellie Roswell), e si presentano tutto sommato pronti, carichi ad affrontare l’arduo compito della seconda prova lunga.

Ci riescono? In parte: Visions of a Life presenta una band con le stimmate dei predestinati, nonostante non faccia alcuna fatica per nascondere il sentore che per questi quattro virtuosi il rock si sia fermato al 1995 degli Smashing Pumpkins (cosa per certi versi vera, purtroppo) e delle hit rotanti dell’alternative nation; il fatto è che la bella e talentuosa Roswell, con il suo minuto stuolo di cortigiani si fa bella e urla il suo dissenso con toni da femme fatale (emulando palesemente le movenze ferine di Alison Mosshart dei Kills), sebbene non vi sia una vera e propria generazione X ad ascoltarla e ad assecondare i suoi pruriti – ok, passino brani come l’energica opener Heavenward o il galoppìo psych-western di Formidable Cool, ma il singolo trainante Beautifully Unconventional sembra una cosa scritta con la mano sinistra di Alanis Morrisette, e Yuk Foo è punk veramente scolastico che non tocca alcun tasto, se non quello del pilota automatico verso un nugolo di feedback e batterie pestate a sangue. Stesso discorso vale anche per la stonesiana Space & Time, e quasi sembra che i Nostri abbiano in tasca la formulina che per anni è passata di mano in mano tra gli alti papaveri del pop elettrificato, e che ce la stiano sventolando in faccia. Il punto è che l’album non offre solamente un bignami di concetti triti ed altri situazionismi da rockstar che abbiamo dovuto ingoiare con il naso tappato per anni.

Forzati e meno estemporanei rispetto all’esordio nei momenti più rumorosi e vicini al punk, i Wolf Alice girano al meglio nelle tracce in cui si prendono un pausa, lasciano respirare il ritmo ed assecondano la propria (labile, almeno per adesso) volontà di mettere le mani altrove; in particolare, ci riferiamo agli archi bislunghi e storti della filastrocca space Sadboy (che deflagra, questa sì davvero, in un ritornello coi contro-, e poi rallenta con un gran senso del dinamismo), alla title track (in cui la frontwoman pare parlare a quella generazione mancante di cui sopra, persa dietro la lucina blu di un piccolo schermo – «I’m a ghost to my friends») e all’ansiosa Sky Musings (che spezza l’album a metà e contrappone a un ritmo secco ed incalzante di batteria un synth vaporoso e obliquo stile Carpenter).

Chissà, magari la strada verso il post punk è proprio dietro l’angolo. Sono solo supposizioni, ma per adesso nisba, nel hic et nunc dei quattro giovani lupacchiotti c’è uno status da preservare, con un album che tutto sommato non deluderà chi ha apprezzato le loro prime mosse.

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