The Smashing Pumpkins (US)

Biografia

Assieme ai Nirvana, gli Smashing Pumkins di Billy Corgan hanno rappresentato una delle formazioni che più hanno segnato il rock della prima metà degli anni Novanta. Stretto tra potenti pressioni psicologiche nate con il grunge e ancor più potenti speculazioni mainstream legate al dopo Nevermind e al dilagare dell’underground ai piani alti dell’industria discografica, Corgan, come Cobain, Michael Stipe dei R.E.M e pochi altri, ha saputo colpire una generazione grazie a un songwriting spontaneo, passionale ed estramemente riconoscibile, uno stile che è stato in grado di superare le mode ed entrare a pieno titolo negli annali del rock. Sul reale ascendente di Courtney Love nella prima produzione della band, recriminato dalla cantante in un’intervista rilasciata a BBC Radio 6, ci diranno i posteri; sta di fatto che il periodo tra Gish a Mellon Collie delle Zucche ha rappresentato per il rock dei 90’s un momento irripetibile. Finita la fase aurea, Corgan, in piena crossover mania dei Novanta, tenta l’ibridazione con la musica elettronica in Adore, ma né la seconda fase di carriera da arena rock, né una reunion animata da grandi progetti sulla carta ma non altrettanto rivoluzionari esiti musicali, riuscirà a replicare l’incanto. Durante i primi anni ’10 la rockstar, rendendosi parzialmente conto di non poter più rivoluzionare il rock ma considerandosi pur sempre un outsider rispetto a capostipiti grunge come i Pearl Jam di Eddie Vedder, ha riproposto un formato canzone in bilico tra intimismo e muscoli che si può considerare autorevolemente suo, senza però riuscire ad incidere altrettanto efficacemente sulla contemporaneità o regalare nuove gemme ai fan fermi a Today, 1979 e Tonight Tonight.

Ma facciamo un salto all’indietro di circa otto anni: siamo nel 1988, a Chicago. Billy Corgan, dopo una parentesi a St.Petersburg in Florida, torna nella sua città natale per cercare di mettere su una band. I suoi ascolti sono tra i più disparati: dai Black Sabbath agli Electric Light Orchestra, passando per The Cure e New Order, per poi spingersi fino a QueenBlue Cheer. Il Nostro capita spesso dalle parti di un negozio di dischi dove incontra James Iha, con cui condivide la passione per la chitarra. Poche le certezze di quel periodo, solo il nome: The Smashing Pumpkins. Aiutati da una drum machine, Corgan e Iha cominciano a provare e a registrare qualcosa; sono prolifici e in pochi mesi arrivano al primo concerto, in cui si presentano in duo (Corgan al basso e Iha naturalmente alla chitarra) e con la fida batteria sintetica.

L’esigenza di passare al suo strumento prediletto porta il longilineo frontman a scandagliare il sottobosco musicale di Chicago per cercare un bassista e un batterista a tempo pieno. I prescelti per entrare nella band sono la bassista D’arcy Wretsky e l’esperto batterista jazz Jimmy Chamberlain, uno dei migliori drummer degli anni Novanta. Messa su la line up, il gruppo riesce a strappare una data al Cabaret Metro, locale storico di Chicago per la musica dal vivo, e comincia le registrazioni che porteranno alla realizzazione del primo album della band, ovvero Gish. In sala di incisione cominciano ad affiorare gli spigoli del carattere di Corgan, che decide di registrare tutti gli strumenti da solo ad eccezione della batteria, relegando gli altri musicisti a meri live performer; un atteggiamento da vero dittatore che gli procurerà, nel corso della sua carriera, non solo problemi con la band, ma anche con stampa, produttori e musicisti.

Gish, rilasciato da Caroline Records nel 1991 e trainato dal singolo I Am One, viene prodotto da Butch Vig e dallo stesso Corgan. La miscela di psichedelia e hard rock proposta dai Pumpkins viene ben accolta dalla stampa e dalle radio, che premiano Gish con frequenti passaggi radiofonici, permettendo alla band di guadagnare popolarità e partire in tour promozionale in compagnia di formazioni come Jane’s Addiction, Guns N’Roses e Red Hot Chili Peppers. I Nostri vengono associati al movimento grunge in piena ascesa pur non essendo nemmeno geograficamente vicini all’epicentro del terremoto musicale di Seattle, ed inseriti da Cameron Crowe nella colonna sonora di Singles, lungometraggio ambientato proprio nella città americana. Un rapporto, quello tra Corgan e la scena di Seattle, a dir poco altalenante.

Nel 1992, appena un anno dopo, la band torna in studio per dare un seguito all’esordio discografico, sempre accompagnata dalle caparbie mani di Butch Vig, che dopo l’esplosione dei Nirvana e di Nevermind è diventato un vero e proprio Re Mida delle produzioni. Siamese Dream, pubblicato questa volta da Virgin Records, è segnato oltre che dalle già note tendenze di Corgan nella gestione dello spogliatoio, dai problemi tra Iha e la D’arcy – alle prese con gli strascichi della fine della loro relazione – e da quelli di Jimmy Chamberlain, sprofondato nell’incubo della dipendenza da narcotici, alcool ed eroina. Anche in questo caso tutte le parti di chitarra e basso vengono registrate dal cantante padre-padrone, che cade in una profonda depressione, facendo protrarre le registrazioni per ben quattro mesi e sforando il budget messo a disposizione dell’etichetta discografica. Siamese Dream esce nel 1993 e, aiutato dai singoli Cherub Rock, Today e Disarm, vende subito quattro milioni di copie, lanciando gli Smashing Pumpkins al decimo posto della classifica Billboard e proiettandoli nel giro mainstream del rock alternativo. Si spalancano le porte anche del grande festival itinerante Lolapolooza di Perry Farrell e le classifiche video di MTV: la band è ormai diventata un fenomeno musicale mondiale.

Sfruttando il successo di vendita di Siamese Dream, vengono rilasciati dopo poco tempo la home video Viewphoria, che contiene videoclip ed esibizioni in unplugged di alcune tracce, e Pisces Iscariot, raccolta di B-Sides che vede anche la cover di Landslide (bellissima, superata forse solo dalla versione di Antony and the Johnsons) dei Fleetwood Mac e la prima traccia scritta e cantata da James Iha, Blew Away. Sulla canzone, Corgan nel libretto del disco scrive: “Blew Away è una canzone perfetta, meravigliosa, non ho voluto toccarla perché avrei sicuramente rovinato con la mia voce l’armonia di una traccia che, a mio modesto parere, è una delle migliori cose che abbiamo prodotto”. Segnali di distensione? Nemmeno per sogno, e lo dimostrano le sessioni che porteranno alla creazione del progetto più ambizioso della carriera della band di Chicago: Mellon Collie and the Infinite Sadness.

Considerato da Corgan come il The Wall della Generazione X, Mellon Collie… si distribuisce su due dischi per ventotto tracce (la versione vinile su tre LP, con tre canzoni in più e una diversa disposizione delle tracce) e vede un cambio al timone della produzione: non più Butch Vig, bensì il tandem formato da Alan Moulder e Flood. Capolavoro degli anni Novanta e vero e proprio totem della produzione della band, il disco contiene tracce come Thirty Three, Bullet With Butterfly Wings e veri e propri anthem come Zero, Tonight Tonight e 1979, supportati da video curatissimi e assolutamente catchy. Le parole “We don’t even care to shake these zipper blues, and we don’t know just where our bones will rest to dust I guess” scorrono veloci sulle immagini di ragazzi alle prese con amori adolescenziali, scherzi e le prime sbronze alle feste in piscina: agrodolci polaroid di una giovinezza che non tornerà mai più. Mellon Collie… vende tantissimo, debuttando nel 1995 al primo posto della classifica Billboard; alla fine saranno quattro milioni di copie vendute, otto volte disco di platino.

Nel frattempo i problemi di dipendenza di Chamberlain raggiungono il climax con la sua incarcerazione per possesso di droga e per la morte del tastierista della band di overdose, dopo una notte trascorsa con il batterista. Chamberlain viene escluso dalla band a tempo indeterminato e “sostituito” in sala di registrazione, durante le sessions di Adore (1997), da una drum machine: “il futuro è la musica elettronica”, annunciano all’unisono Corgan e Iha, “suonare rock è diventato noioso”. Intriso di sonorità elettroniche Adore, nonostante brani interessanti come Ava Adore e Perfect e pur aver ricevuto il plauso della critica di settore, risulta un fallimento commerciale, appannato probabilmente dalle stratosferiche vendite del suo predecessore.

Il 1999, oltre a segnare il ritorno in organico di Chamberlain, coincide con l’inizio delle sessioni di registrazione di Machina / The Machine of God, deciso comeback alle sonorità più heavy già sentite in passato. Disco aggressivo (il sound trae giovamento dal ritorno dietro i tamburi di Chamberlain, in uno stato di forma forse mai raggiunto prima), conta brani importanti come The Everlasting Gaze, Stand Inside Your Love e Try, Try, Try diventati subito dei classici per i fan. Prodotto da Alan Moulder e Flood, il disco ottiene ottime recensioni e diverse nomination per i Grammy Awards. Pensato come doppio album, Machina viene rilasciato da Virgin come album singolo, andando così a distruggere il concept pensato dalla band e creando frizioni con il líder máximo Corgan, che deciderà di rilasciare in forma gratuita il secondo volume del lavoro.

Machina/The Machine of God sancisce anche la fine della collaborazione con la bassista D’arcy, che viene sostituita, continuando la tradizione di bassisti donna nella band, da Melissa Auf Der Maur delle Hole, scelta per il finale Sacred and Profane Tour, che si concluderà il 2 dicembre del 2000 al Cabaret Metro di Chicago, where it all begins, con lo scioglimento ufficiale della band.

Tutto finito? Nemmeno per idea, anche se per un ritorno sui palchi si deve aspettare il 2007; nel frattempo Corgan riesce a dar vita al supergruppo Zwan in compagnia del fido Chamberlain, Matt Sweeney alla chitarra, Paz Lenchantin al basso e di, udite udite, David Pajo degli Slint. Il risultato è Mary Star of The Sea, buon disco di alternative rock che ottiene buone recensioni e qualche passaggio su MTV. Corgan prova anche la carriera solista con the The Future Embrace ma non è la stessa cosa; non riesce a riempire il vuoto che ha dentro e che lo sta dilaniando. Il giorno della release del suo esordio, rilascia una dichiarazione che lascia poco all’immaginazione e che manda i fan in fibrillazione: Per un anno ho camminato custodendo un segreto ma ora voglio che voi tutti sappiate che ho intenzione di far rivivere gli Smashing Pumpkins. Rivoglio la mia band indietro, le mie canzoni e i miei sogni.

Ma chi si aspettava una reunion completa della band rimane deluso: niente Iha, niente D’arcy, nemmeno Auf Der Maur. E allora chi accompagnerà Corgan e Chamberlain studio? Dopo un estenuante ricerca, i prescelti vengono individuati nel clone di Iha, Jeff Schroeder, alla chitarra (entrambi di origini asiatiche), Ginger Reyes al basso e Lisa Harrinton alle tastiere. Nome individuato per il nuovo album: Zeitgeist, spirito del tempo in tedesco. Sfortuna vuole che il tempo passi per tutti, anche per i poeti maledetti come Corgan, e così Zeitgeist si dimostra la versione sbiadita dei lavori precedenti, un disco che offre pochi spunti davvero interessanti. Zeitgeist non sarà purtroppo un caso isolato di questa seconda incarnazione dei Pumpkins, che inanelleranno fino a Monuments to an Elegy una serie di prestazioni incolori e deludenti. Gli Smashing Pumpkins sintetizzano al meglio la filosofia di Simon Reynolds elaborata nel suo scritto Retromania: una band che non è uscita viva dagli anni Zero e che ha cercato attraverso reunion e remastered di tenere la testa fuori dall’acqua, riuscendo a malapena a galleggiare. Può il passato della musica, seppur glorioso come quello dei Pumpkins, essere il limite più grande della musica del futuro?

Quattro anni più tardi, Corgan, che ha nel frattempo riformato la band originaria quasi al completo (manca D’Arcy) si presenta con Shiny and Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun, disco registrato con l’aiuto di Rick Rubin e che vede all’attivo una formazione comprendente James Iha, Jimmy Chamberlin e il chitarrista di vecchia data Jeff Schroeder. Nonostante le buone sensazioni lasciate dalla formazione al ritorno sui palchi italiani raccontato nel report del concerto di Bologna da Valentina Zona, l’ascolto del nuovo album smorza un po’ gli entusiasmi: «la cocciutaggine con cui [Corgan] si ostina a voler rinverdire i fasti della sua creatura è ammirevole» scrive  Tommaso Iannini in sede di recensione, notando come le nuove composizioni non siano altrettanto ammirevoli della pervicacia del leader e come manchi anche quella dinamica nel sound che aveva reso unico il gruppo di Billy Corgan.

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