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7.3

Un tempo, certo metal estremo era appannaggio (quasi) esclusivo di band scandinave, che ne rivendicavano l’originalità in quanto legittimati da un’attitudine, a dir loro, genuina e incorruttibile: in Svezia si muoveva il giro delle band death, fautrici di un sound brutale e ad alto contenuto tecnico caratterizzato da una produzione curata fino all’ossessione, che trasfigurava l’urgenza filo-punk e post-Misfits di band dall’altro capo del globo, ben più note al tempo, come Metallica e Slayer; in Norvegia, invece, si stava pian piano creando un nuovo humus sonoro, sorto per volere di pochi eletti dalle umide terre dei fiordi e scaturito da oscure pulsioni e, molto probabilmente, dallo stesso sentimento di ribellione e dall’attitudine carbonara che avevano reso uniche le suddette band californiane, ponendole giocoforza in uno stato di antagonismo elitario.

Il tristemente noto Inner Circle norvegese – tristemente per i fatti di cronaca, e non tanto per la musica, a tratti illuminante, che produceva – era quindi divenuto una sorta di tempio sacro per i veri portatori di luce all’interno del genere, secondo molti corrotto e contaminato in altre istanze dalla crescente ondata di crossover e indebolito dall’inesorabile declino di band che fino al decennio precedente potevano quantomeno vantarsi di aver portato certe frange del genere nelle classifiche e nelle camerette di milioni di adolescenti insicuri e livorosi. Con il passare degli anni, e con i costanti scontri fratricidi che giunsero al proprio climax con l’uccisione di Euronymous da parte di Burzum, il genere parve esaurire nel giro di pochissimo tempo la propria carica sovversiva e i prismi che la rendevano materia d’interesse: il genere fu inevitabilmente “sdoganato” (anche e soprattutto grazie alla cronaca nera) e il tape-trading clandestino, i carteggi e tutte quelle pratiche perfettamente ascrivibili ad un’era pre-internet lasciarono il posto a copertine di riviste di genere UK e americane e all’interessamento da parte di distribuzioni più sostanziose.

Il genere trovò poi una propria evoluzione e continuò, in un modo in un altro, a sopravvivere, seppur scendendo a patti con l’inevitabile conseguenza della contaminazione sonora. Da un lato, però, c’era chi in quegli anni “primitivi” aveva coltivato la mitologia di quella scena popolata da tenebrosi demoni con la faccia pittata a lutto, spargendo un po’ di quei germi dove era quasi impensabile potessero arrivare, al tempo: nei primi anni duemila, nacque infatti quella che adesso è banalmente definita USBM (US Black Metal), a partire da gruppi come Noctuary, Velvet Cacoon, Profanatica. Tra i gruppi annoverabili in questa ormai folta schiera, i Wolves in the Throne Room sono quelli che tra tutti, almeno fino alla seconda metà dei Duemila, hanno saputo meglio rievocare la glacialità e il terrore primevo dei propri “avi” scandinavi. Attivi dal 2003 per volere dei fratelli Weaver (Nathan ed Aaron), i WITTR operano in quella porzione di America tanto romanzata e selvatica che si confonde con il Canada, lassù in alto a sinistra: il Pacific Northwest delle visioni mistico-spirituali di Lynch non poteva che essere il territorio deputato a riaccendere quella fiamma ormai sopita da tempo, sotto la nuova e significativa effige di Cascadian Black Metal. Eppure, dopo molte prove sotto l’ampia ala protettrice di Southern Lord, i fratelli Weaver sembravano aver mollato un po’ la presa, lasciandosi affascinare dalle suggestioni ambient e naturalistiche della nuova ondata di gruppi post- che hanno invaso la scena statunitense ed europea: il loro precedente Celestite è stato salutato con il consueto mix di curiosità e scetticismo, mostrandoci i due alle prese con lunghe divagazioni psichedeliche volte alla divinazione del cosmo, più che con maelstrom pregni di nichilismo e feedback taglienti.

Adesso però sembrano essere tornati a ravvivare quel fuoco antico, con la loro ultima fatica, Thrice Woven, che riapre quell’abisso nietszchiano, quel vortice sonoro tipico della scena ai suoi esordi: anche grazie all’apporto fondamentale di un quinto membro alla chitarra (Kody Keyworth, già turnista della band in varie occasioni), la band torna a far paura con composizioni al solito articolate e caratterizzate da un impatto sonoro che quasi sfocia nello shoegazing più brutale mai registrato. L’album si apre con Born from the Serpent’s Eye, un brano che “sfama” la Transylvanian Hunger di decenni passati, con la voce della svedese Anna von Haussloff (presente anche nell’interludio Mother Owl, Father Sky assieme all’arpista turco Zeynep Oyku) a conferire un ulteriore sentore di ritualismo alla formula. Il misticismo norreno permea quest’opera, a partire dalla figura femminile di Angrboda, portatrice di morte e distruzione che dà il titolo alla terza traccia ed è raffigurata nella copertina, un dipinto dell’artista occulto russo Denis Forkas, che completa degnamente l’opera.

I WITTR sembrano aver ritrovato quel furore dei tempi della pietra miliare Diadem of 12 Stars (2006), producendosi in una prova che va ben oltre il mero significato di black metal, ormai piegato alla volontà di un duo creativo in forma e capace di iniettare quelle sonorità con vibrazioni psichedeliche ed astrali. Steve Von Till dei Neurosis, altro ospite di lusso in Thrice Woven, “appare” tra gli screpitii del fuoco che arde in The Old Ones are with Us, recitando tali, simbolici versi: «Winter is dying, the Sun is returning – Ice is receeding, Rivers are flowing…», anche se sembra che l’inverno sia proprio a un passo. Winter is coming.

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