Recensioni

Come spiegare il fatto che una band che dal 2005 ad oggi ha dato alle stampe ben nove dischi, la maggior parte dei quali di pregevole fattura, non sia ancora riuscita ad ottenere quella visibilità e quel riconoscimento mediatico che le spetterebbero? La cosa più facile da fare sarebbe girare la domanda direttamente a Jeremy Earl, leader a tutto tondo dei newyorchesi Woods e fondatore dell’etichetta indipendente Woodsist (The Babies, Vivian Girls, Kurt Vile, Wavves, Real Estate, Thee Oh Sees, White Fence, Kevin Morby). Sì, perché nessuno meglio di lui, che negli ultimi dieci anni, oltre a dar prova di un’incredibile prolificità compositiva, ha reso la sua band l’epicentro di quel sottogenere folk-psichedelico della costa east degli Stati Uniti, potrebbe darci risposta migliore. Giunti a questo punto, infatti, ci si aspetterebbe che i suoi Woods abbiano raggiunto una certa notorietà, ma in realtà il loro nome continua a suonare per lo più misconosciuto. Il motivo (questo sì) è piuttosto semplice da spiegare. Sin dal debutto How to Survive In + In The Woods i cinque (a Earl vanno ad aggiungersi Jarvis Taveniere, Aaron Neveu, John Andrews e Chuck Van Dyck, oltre al fuoriuscito di lusso Kevin Morby) hanno deciso di mantenere, insieme a una massiccia dose di umiltà, un profilo talmente basso che se da un lato ha attribuito loro un’invidiabile alone di autenticità, dall’altro ha rappresentato un freno in termini di visibilità e successo.
Se si osserva attentamente il percorso dei newyorchesi, a stupire poi non è tanto la mole e la qualità di materiale prodotto (seppur, come già detto, sempre di ottimo livello), quanto il lavoro certosino che i cinque di Brooklyn hanno portato avanti su loro stessi (come musicisti) e sul loro suono. Un’evoluzione graduale che li ha visti partire da uno stridente psych-folk lo-fi (How to Survive…, At Rear House) per poi dedicarsi a una sua levigazione e rifinitura che negli ultimi anni è “sfociata” in un suono ben più pulito e commestibile (Sun and Shade, Bend Beyond e With Light And With Love). Con quest’ultimo City Sun Eater In The River Of Light (Woodsist), invece, i Woods mescolano leggermente le carte in tavola dando la dimostrazione di essere in grado di saper far coesistere elementi disparati (folk, reggae, jazz e funk), senza per questo intaccare i canoni estetici di quel folk di matrice psichedelica a cui ci hanno da sempre abituati. L’andatura western (sorretta da una godibilissima suite orchestrale) di Sun City Crepes rappresenta quindi solo una sfumatura della variante stilistica adottata da Earl and co., che sgorga ora nel denso accavallarsi di voci di Can’t See At All, ora nel psych-folk dalle tinte più variegate di Morning Light, The Other Side e Politcs of Free (trittico che è l’emblema della raffinata capacità di scrittura di Earl), così come nei fraseggi pop di Hollow Home, nei riflessi funky di Creature Comfort e in quelli reggae di I See In The Dark.
City Sun Eater In The River Of Light è quindi l’ultimo (momentaneo) step di crescita della band di Brooklyn, mai stata tanto libera, autentica e onesta con sé stessa. Questi, in fin dei conti, sono sempre stati i Woods. L’augurio è che continuino ad esserlo ancora a lungo.
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