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Ormai sono passati mesi dalla pubblicazione italiana di A proposito di niente, autobiografia di Woody Allen ancora sprovvista di un editore americano e la cui risonanza mediatica ha prodotto un astio oltreoceano di una portata paragonabile solamente alla fama del suo autore. «If you’ve run out of toilet paper, Woody Allen’s memoir is also made of paper», sono state le parole del Washington Post, in un’uscita talmente infima da rasentare il ridicolo, in linea con l’opinione generalista da post-verità in cui ci si può facilmente imbattere sui social network. Va da sé che in Italia e in Europa più in generale l’accoglienza è stata entusiastica, con La Nave di Teseo a farsi carico coscienziosamente di tutte le polemiche derivate dall’acquisto dei diritti di pubblicazione (la casa editrice diretta da Elisabetta Sgarbi ha da poco festeggiato con successo i suoi primi cinque anni di attività, portandosi a casa anche il Premio Strega con la vittoria de Il colibrì di Sandro Veronesi).

Giunto nelle librerie nel maggio 2020, A proposito di niente è in definitiva la guida completa all’allenismo pungente di cui soffre ogni stimato e appassionato seguace del regista newyorchese, con quest’ultimo che inevitabilmente si diverte a prenderlo bonariamente per il naso a ogni occasione buona. Allen non riesce a non dipingersi come un uomo i cui interessi principali non si spingono oltre il tifo per la pallacanestro e giura solennemente di aver dovuto studiare Kierkegaard per avere una minima possibilità di conquistare le ragazze della borghesia americana, che altrimenti non lo avrebbero calcolato di striscio. Il ritmo scade spesso nel patetico ma è il tono cui siamo stati abituati nel corso di tutta la filmografia che lo vede assoluto protagonista e l’incipit, con la descrizione della sua pittoresca vita famigliare nei sobborghi di New York, è degno degli spezzoni incontrati qua e là nel suo lavoro, da Amore e guerra a Io e Annie, anche se il tono nasconde (neanche più di tanto) una vena malinconica, nostalgica e affettuosa, come quella che incontravamo in Radio Days o ne La rosa purpurea del Cairo («Quando mi chiedono quale personaggio dei miei film mi assomiglia di più, dico sempre di dare un’occhiata a Cecilia»).

Woody Allen, come tutti, è una persona che ha vissuto la sua vita nella speranza di realizzare un sogno: non diventare uno dei più grandi registi della storia del cinema, sia mai, ma vivere comodamente in un attico dell’Upper East Side di Manhattan, come quelle star del cinema che da ragazzino ammirava proiettate in un enorme schermo riflettente, guidato dalla cugina Rita di cinque anni più grande. Lo stesso regista ammette in più di un’occasione che, se non fosse per quel disastro naturale e mediatico che ha coinvolto lui e Mia Farrow all’inizio degli anni Novanta, la sua sarebbe stata una vita sostanzialmente noiosetta, non ricca di grandi e significativi eventi, se escludiamo ovviamente dall’equazione il lavoro sul set dei suoi film.

In quella che è la parte più dettagliata del volume, Allen tratteggia senza omettere nulla tutto l’iter processuale affrontato dopo il 1992 e le accuse prima di incesto (anche se Mia Farrow non era sua moglie e il rapporto che lo legava a Soon-yi Previn era limitato allo scambio di convenevoli) e poi di pedofilia (alla figliastra di sette anni adottata legalmente). Non ne esce bene Mia Farrow, dipinta come una fredda calcolatrice con l’abitudine di adottare bambini disagiati per aumentare la propria fama e la stima degli altri verso di sé, e che in realtà imponeva una rigida pressione psicologica ai figli adottivi, nonché un attaccamento più che morboso verso quelli naturali. Woody Allen ha dalla sua parte le conclusioni di due diverse inchieste giudiziarie condotte da stimati psicologi operanti nel campo degli abusi su minori, oltre alle numerose testimonianze di chi lavorò in casa e a stretto contatto con l’attrice e allora compagna del regista. Il rapporto stesso che legava la Farrow ad Allen assume tutta un’altra luce: più che a quello di una coppia è paragonabile a due conoscenti che occasionalmente condividevano una notte sotto le lenzuola. Nulla a che vedere con gli amori della sua vita, che Allen cita spesso anche a sostegno del suo comportamento come partner: dalla prima moglie Harlene Rosen alla seconda Louise Lasser, fino a Diane Keaton e Soon-yi Previn, con la quale è ormai sposato da oltre 23 anni.

In mezzo, in un monologo più simile a un flusso (in piena) di coscienza senza soluzione di continuità né divisione in schematici capitoli, c’è la sua carriera, i suoi idoli, tra quelli che considera inarrivabili per lui (come Bergman, Groucho Marx e Fellini) ad altri più intimi che lo hanno segnato come comico (Mort Sahl); i suoi film a suo parere più riusciti (Io e Annie, Misterioso omicidio a Manhattan, Pallottole su Broadway e il bistrattato Interiors, sua personale lettera d’amore allo stile bergmaniano), il suo più compiuto (La ruota delle meraviglie, credeteci o no) o il fatto che preferisca To Rome with Love a Blue Jasmine (anche qui non si può che storcere il naso per l’incredulità). Una vita che non poteva non ruotare attorno alla carriera, regista com’è di 50 film (uscita a cadenza quasi annuale dal 1966 ad oggi) e con un ultima regia che dovrebbe arrivare nelle sale (italiane perlomeno) alla riapertura dei cinema dopo la chiusura imposta dall’emergenza sanitaria corrente (Rifkin’s Festival sarebbe uscito altrimenti il 5 novembre scorso). Una vita piena e vuota, ma non lo sono tutte?

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