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«Lei guarda troppi film e io sto parlando della realtà. Voglio dire, se vuole un lieto fine, vada a vedere un film di Hollywood». Così terminava il principale dialogo di Crimini e misfatti, quello che metteva uno accanto all’altro i personaggi di Judah Rosenthal e Cliff Stern, incentrato sulla condizione morale di un omicida. Quella che nel capolavoro alleniano del 1989 poteva essere interpretata come una critica alla fabbrica dei sogni contro le mille problematicità del quotidiano vivere, era in realtà un’esaltazione stessa di quel sistema in grado di sollevare l’animo umano per garantirgli almeno su celluloide ciò che difficilmente avrebbe raggiunto in maniera concreta. Era un tema incastonato già nel finale di Io e Annie, dove nella rappresentazione teatrale della prima commedia di Alvy Singer le sorti del rapporto tra i due protagonisti venivano addolcite e salvate, quindi elevate ad arte. Il mondo della fantasia e Woody Allen vanno sempre a braccetto, persino nelle opere più pessimiste e desolanti (Interiors, Settembre, Blue Jasmine) con la questione morale cara a Dostoevskij riletta e rielaborata sotto angoli diversi più e più volte (il succitato Crimini e misfatti, Match Point, Irrational Man), ma sempre con la consapevolezza di far parte di un mondo anch’esso poco tangibile e invece totalmente incastonato in una fantasia lapalissiana.

Che Allen in tutte le sue storie ribadisca sempre gli stessi concetti è un fatto assodato e che non assume mai connotati ripetitivi, riuscendo a trovare (eccetto rarissimi casi) una chiave di volta fresca, una nota vagamente jazz diversa o uno sguardo leggermente inclinato rispetto al tentativo precedente. Nella sua fase più recente, che viene a coincidere con i suoi ultimi tre film, è come se assistessimo a un’unica grande storia d’amore: dal ricordo di qualcosa che poteva essere e non è stato alla delusione per il tradimento e la perdita dell’innocenza, fino alla riscoperta della propria identità attraverso una serie di casi fortuiti e circostanze che sfuggono – come sempre in Allen – alla nostra illusione di controllo. Dopo gli scorci dorati della Los Angeles di Café Society e gli spettri rosso-bluastri della Coney Island de La ruota delle meraviglie, ripiombiamo nella città prediletta del regista, configurata nel distretto di Manhattan, per girovagare in una New York costantemente invasa e ingrigita dalla pioggia. Illusioni che danzano attorno alla realtà per prendersene costantemente beffa, personaggi strappati alla letteratura o al cinema (in maniera più che sfacciata il protagonista si chiama Gatsby Welles, mentre la Ashleigh Enright è un’altra rielaborazione della Alice di Carroll) e gettati in un girone infernale popolato da vanitosi, nevrotici, insicuri, tutti irrimediabilmente soggiogati dalla forza frastornante e silenziosa insieme dei marciapiedi bagnati delle strade di New York («La città ha preso il sopravvento»), dove si ritroveranno a camminare in preda agli stessi sbalzi emotivi.

Il Gatsby di Timothée Chalamet – l’ultimo dei doppi del regista – è perciò un personaggio cresciuto con un’idea precisa di New York, quella delle commedie hollywoodiane anni Trenta e Quaranta, quella dei locali fumosi impregnati della musica jazz o dal piano di Cole Porter, dove l’amore arriva puntuale come un orologio e la città si fa carico delle sue anime perse per ricompensare i più meritevoli, o almeno coloro che cercano di non farsi abbattere dalle circostanze. «La vita reale è per chi non sa fare di meglio», ribatte la Shannon di Selena Gomez al giovane e disilluso protagonista, che tornerà a concedere nuovamente campo alle proprie illusioni proprio perché al centro di quella più grande, cucitagli addosso su misura da un Allen ispirato e per nulla senile, pur imbastendo un canovaccio narrativo che più classico non si potrebbe. Un giorno di pioggia a New York va così a chiudere un trittico impressionista – sposato perfettamente con il prezioso lavoro di Vittorio Storaro, maestro della luce – dove si rinnova ancora una volta l’eterna lotta tra illusione e realtà, mostrandoci come entrambe possano confluire attraverso lo stesso torrente (la parabola della Mrs. Welles di Cherry Jones è emblematica in tal senso) e di come spetti all’essere umano saper gestire sia l’una che l’altra.

Un trittico che non poteva non chiudersi come un ritorno a casa, sia per Allen (che a dieci anni da Basta che funzioni torna nella sua amata città) sia per Gatsby, che avrà finalmente il suo finale da film con in sottofondo magari Erroll Garner, allontanandosi sotto la pioggia insieme alla donna che ama.

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