• set
    16
    2016

Album

Thrill Jockey

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Il collettivo Wrekmeister Harmonies, nato nel 2006 dalla sensibilità contemplativa di J.R. Robinson, approda al quinto album riducendo quello che è stato il cuore pulsante e meccanico dei precedenti lavori (una trentina di musicisti nel 2015) e avvalendosi del contributo di Esther Shaw, Thierry Amar, Sophie Trudeau e Timothy Herzog dei Godspeed You! Black Emperor (solo per citare alcuni degli artisti coinvolti). Il tutto ben lontani dalla colonna sonora che fu il primo album (You’ve Always Meant So Much to Me, accompagnamento di un film dello stesso J.R. Robinson), ma con un occhio sempre fisso sull’involuzione brutale dell’uomo di Night Of Your Ascension e riprendendo il tema a loro tanto caro: il dualismo che sembra dominare gli equilibri del mondo terreno e il messaggio dell’opera di Bela Tarr (Werckmeister Harmonies), da cui l’ensemble di Chicago, storpiando il titolo, ha trovato un nome e la propria identità.

Come spiegato dallo stesso Robinson, il titolo dell’album non è che un richiamo all’opera di Primo Levi Se questo è un uomo: in poco più di quaranta minuti si tenta di trasformare in musica quel lento e disumano processo in cui l’orrore si fa strada sotto la pelle della società, in un modo talmente subdolo da essere accettato come una cosa normale e giusta. «Stay in, go out, get sick, get well, light falls», la sequenza di parole lasciate cadere pesantemente nell’aria nel pezzo d’apertura: è un mantra (Light Falls I: The Mantra), una formula magica dai risvolti drone metal, a tratti avant-garde e minimalista come La Monte Young che incontra l’heavyness degli Earth, continuando a ripetersi in modo monotono lungo le tracce come una maledizione reiterata allo specchio da un uomo la cui sanità mentale è messa costantemente alla prova dall’irrazionalità dei suoi simili.

Soccombere sembrerebbe la cosa più facile, perché le strade per la salvezza sono tante e difficili da intraprendere; l’unica scelta razionale possibile, una volta riconosciuti i sintomi della malattia, sarebbe lasciarsi andare in quel naufragio che è diventata (ed è sempre stata) la vita. Infatti il percorso narrativo qui intrapreso parla di alienazione volontaria da parte dell’Uomo, ormai incapace di concepire l’infinito, supportato da un tappeto sonoro trascendentale in bilico su atmosfere ambient nostalgiche. E se Where Have You Been My Lovely Son? si manifesta come una disperata dichiarazione d’amore paterno e di attaccamento alla vita – una testimonianza della fine di un matrimonio, e la conseguente perdita del legame padre e figlio – le battute finali di Light Falls assumono il triste aspetto di una resa alla propria feroce e adattabile natura. Stiamo vivendo una vera e propria apocalisse quotidiana e l’umanità tutta sembra essere divisa da un’entità invisibile in due categorie ben distinte: i Sommersi e i Salvati (Some Were Saved Some Drowned). La luce scompare e nell’oscurità trovano rifugio tutti quell’incubi marciti nella memoria, la brutalità, l’avanzata del nulla, e i mostri di cui non possiamo che scorgere le sagome e i tristi volti privi di pensiero ed emozioni; questi sono i luoghi dimenticati verso cui l’anima non ha voluto estendersi per raggiungere una purificazione pacificatrice.

L’eterna lotta citata da Tarr nelle sue armonie, tra la cultura/civilizzazione e il primitivismo. Ma se le grida di J.R. Robinson non lasciano apparentemente intravedere nessuna speranza, in quel minuto e mezzo scarso dove viene ripreso il tema di My Lovely Son si aprono come uno squarcio nel cielo ferite in cui possiamo percepire che c’è del buono e del bello in questo mondo, grazie alla lucida consapevolezza della perdita; perdita intesa sia come sapere di aver smarrito per strada un amore e la capacità di creare un contatto paritario (e non di sopraffazione) coi nostri simili, sia come sconfitta sul piano spirituale. È un’opera questa che fa leva su molte citazioni e si snoda su più livelli di lettura, ma se dovessimo paragonare Light Falls a qualcosa, quel qualcosa sarebbe Black Hole di Charles Burns: un mondo provato da un’epidemia senza cura, popolato da persone destinate a soccombere sin dall’inizio o a salvarsi; l’inadeguatezza di essere bloccati dentro i confini della propria pelle, la perdita dell’innocenza e la sgradevole sensazione di aver fallito come esseri umani. Non è un ascolto sereno e forse non ha neanche bisogno di spiegazioni, basterebbe solo sentire.

17 settembre 2016
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