• Nov
    09
    1993

Classic

RCA

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L’esordio del Wu-Tang Clan è stato un po’ l’anno zero della nuova scena East Coast nei 90’s. Un disco che rappresentò un imprescindibile canovaccio per nomi come Nas, Mobb Deep e Biggie e per i capolavori che avrebbero firmato di lì a poco. La situazione di partenza era molto simile a quella del duo Havoc e Prodigy (di cui vi abbiamo già parlato), quindi con il leader del progetto RZA che era stato appena lasciato a piedi dalla sua label precedente e si muoveva quindi per firmare un manifesto che ne rappresentasse l’immortale comeback.

In particolare il nucleo di quello che sarebbe di lì a poco diventato l’effettivo Wu-Tang Clan esisteva già in nuce sotto il nome di Force of the Imperial Master: una crew comprendente RZA, GZA e Ol’ Dirty Bastard che – anche senza essere sotto contratto con una casa discografica – aveva raggiunto una discreta notorietà nei circuiti underground di Staten Island grazie a un pezzo intitolato All In Together Now circolato come demo. RZA e GZA, che al tempo utilizzavano i nomi di Prince Rakeem e The Genius, erano entrambi sotto contratto con due label differenti, per cui pubblicarono rispettivamente un EP e un LP e da cui furono prontamente scaricati subito dopo. RZA in particolare ricorderà con un certo risentimento l’episodio per cui la sua etichetta (Tommy Boy Records) lo lasciò a piedi per chiudere con gli House of Pain, definiti senza troppo affetto «a bunch of whiteboy shit».

Poco tempo dopo nacque il Clan vero e proprio, con RZA come unico produttore e leader de facto dell’intera formazione. Il nome – che comprende un’infinita serie di improbabili e spassosissimi acronimi inventati dai membri – fu scelto da Diggs e ODB dopo la visione del film Shaolin and Wu Tang; a tal proposito è bene sottolineare che il portato innovativo del collettivo di NY fu anzitutto estetico: le radici saldamente piantate a Staten Island (finora insignificante nel rap game) si mischiarono a un sacco di rimandi e influenze orientali; film cult di arti marziali con protagonista soprattutto Gordon Liu e girati nei ’70, a creare un pastiche che col senno di poi è lecito definire tipicamente tarantiniano (e infatti RZA sarà il curatore delle colonne sonore di tanti futuri capolavori del regista) che univa blaxploitation e kung fu movies. Negli ultimi anni la miscela ha derivato anche degli innocui divertissment filmici, come l’esordio registico di RZA L’Uomo con i Pugni di Ferro (una trashata d’autore che univa Russel Crowe e Dave Bautista), e tutto un filone che alle spezie orientaleggianti mischiava atmosfere da mafia movie (vedi le produzioni soliste di Raekwon e Ghostface Killah).

Anche il titolo muove dalla teosofia Shaolin, secondo cui è necessario superare quattro camere di conoscenza delle arti marziali (moltiplicate per i nove membri del collettivo) per poter divenire monaco di confraternita. Ogni rapper del clan è pensato da RZA come un personaggio da fighter game, ciascuno col suo pacchetto di tecniche di combattimento, skills liriche e peculiarità. Oltre che concettuali le infiltrazioni orientali sono poi anche sonore, andando a rappresentare un tassello imprescindibile del mosaico produttivo che ha fatto le fortune del disco con innumerevoli campionamenti e riprese dai film di riferimento. Questa patina di citazionismo spinto s’inserisce in una harshness produttiva che l’opposto più lontano dalle coeve mode West Coast – e che avrà il suo continuum soprattutto in The Infamous dei Mobb Deep: batterie ruvide, fruscii, atmosfere inquietanti e polverose e tantissimi samples che pescano sì dai classici soul e jazz (un piano da Thelonius Monk in Shame on a Nigga su tutti) ma anche da gustose freakkerie assortite, come la serie animata degli anni ’60 Underdog in Wu-Tang Clan Ain’t Nuthing Ta Fuck Wit. La tecnica produttiva di RZA, oltre agli immediati compagni di scena di NY, farà diversi proseliti attraverso gli anni e i trend: Kanye West ha sempre espresso parole di grande stima e rispetto per tutto il portato musicale ed estetico del Clan e lo stesso RZA ha ricambiato il riconoscimento, dichiarando che avrebbe voluto essere stato lui a firmare la produzione di Jesus Walks.

Il team di MCs è semplicemente stellare, e tutti avranno una fortunata carriera solista anche all’infuori del Clan. A quelli che diventeranno i consueti temi da NY State of Mind (crimine, droga e vita di strada nei quartieri dei projects) si aggiungono i già detti richiami cinefili e alle discipline marziali, oltre a qualche episodio di storytelling di altissimo livello – ricordiamo soprattutto le due tragiche storie di Tearz. Almeno quattro classici immortali (Method Man, l’anti-capitalismo di C.R.E.A.M., la nostalgica Can It All Be So Simple e la banger corale Protect Ya Neck) e una firma indelebile nella (ri)nascita di una scena, certificata anche dalle importanti cifre della performance commerciale del disco: parliamo di oltre 30 000 copie vendute nella sola prima settimana e posizione 41 nella Billboard 200, disco di platino e due milioni di vendite negli USA nel 1995; cifre ancora più imponenti in relazione ad un album dalla produzione così insolita e oscura.

11 Settembre 2017
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