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7.6

Già dalle prime battute del nuovo lavoro degli X si capisce subito quanto sia l’occasione giusta di stappare una bottiglia di quelle buone per festeggiarne il ritorno. Perché a 35 anni dall’ultima volta in studio della formazione originale, Exene Cervenka, John Doe, Billy Zoom e DJ Bonebrake piazzano un lavoro di  rara potenza. Prodotto da Rob Schnapf (Elliott Smith e Beck) e previsto per agosto, con tanto di tour per festeggiare il quarantennale discografico ora bloccato dalla pandemia, l’uscita del disco, in totale controtendenza, è stata anticipata dalla versione digitale per ristorare i fan (e non solo, vista la portata) con qualcosa di forte proprio nel triste periodo di lockdown. Sintomo evidente dell’urgenza dei punk losangelini che risuona perfettamente nelle 11 canzoni sparate in 27 minuti di Alphabetland. Un titolo che come l’esordio allude alla città, ma non alle psicosi urbane di L.A. stavolta, quanto alle altrettanto funeste contraddizioni dell’immaginario contemporaneo.

Come se il tempo non fosse passato, lo spirito del ’77 continua e con la stessa rabbia di quarant’anni fa affonda colpi come rasoiate, con le voci di Doe e Cervenka che si rincorrono in eloquente stato di grazia. Così la title track brucia degli stessi fantasmi di Soul Kitchen e Free risponde frontalmente a cosa sia il punk distillandone la quintessenza. Nessuna concessione alla nostalgia, ma una carica rinnovata che esplode nel punk’n’roll di I Gotta Fever come nella disarmante preveggenza del beach punk di Goodbye Year, Goodbye, una sfuriata dalla melodia perfetta; o ancora nei cupi strali dell’attualità che si allungano sulla visceralità di Strange Life. Water & Wine dal canto suo usa la parabola evangelica e riprende quel «To Have and Have Not» di hemingwayana memoria per dirci come anche in un periodo come questo non siamo effettivamente tutti uguali; lo urla in faccia al moralismo ipocrita tirando a lucido Chuck Berry e Gene Vincent nelle travolgenti movenze à la Johhny Hit And Run Pauline.

E tra il garage da brivido di Star Chambered e la disperazione carica di idealismo di Angel On The Road («I wish I was somewhere else / Making angels in the snow»), trovano spazio due ottimi rifacimenti di vecchi demo già editi nella ristampa del 2001 di Los Angeles: la frenetica Delta 88 Nightmare (prima solo Delta 88), che ora indossa il suo vestito migliore spuntando fuoco e incubi, e Cyrano de Berger’s Back di Doe, già rifatta con i suoi Flesh Eater nel classico A Minute to Pray, a Second to Die del 1981, che riporta in auge tutta l’intelligente carica wave del pezzo colpendo al cuore. Chiude All The Time In The World, brano per il piano di Zoom e la voce della Cervenka attraversato dalle svisate chitarristiche di Robby Krieger dei loro amatissimi Doors: un beatnik blues sospeso che parla di perdita, ma con quel piglio surrelista che arriva a lambire i Thought Gang della premiata ditta Lynch/Badalamenti.

La “X” brucia come un tempo e il punk è ancora una cosa seria, i maestri sono tornati a ricordarcelo senza fare prigionieri. E fa davvero un certo effetto poter affermare nel 2020 che Alphabetland è uno degli album più belli degli X. Prendete e ascoltatene tutti.

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