• Ago
    25
    2017

Album

Bad Vibes Forever

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Sarebbe fin troppo facile scansarlo e deriderlo come l’ennesima Insta-meteora, con quell’improbabile look al crocicchio tra la chioma bicolore di Sia e gli zigomi tatuati di Lil Wayne, l’aria imbronciata da teenager perennemente in depressione e la proposta apparentemente usa e getta. Invece andando oltre i facili e comprensibili pregiudizi, il buon XXXTentacion si è rivelata una piacevolissima sorpresa. Il singolo con cui aveva iniziato ad ammonticchiare hype – l’ancora trappusa Look at Me scopiazzata anche da Drake – non ci aveva convinto proprio granché, con quella produzione troppo artatamente casereccia a fare il paio con versi illuminanti come «can’t keep my dick in my pants» e soprattutto l’elegantissimo distico «I gave her dick, she got mad, aye/She put her tongue on my dick, aye». Una tracklist dove figuravano titoli folgoranti per maturità come Depression & Obsession, Dead Inside e Fuck Love, poi, non aveva alzato troppo l’asticella delle aspettative. Abbastanza imprevedibilmente è poi arrivato un endorsement addirittura da Kendrick Lamar, soffiata che ovviamente ha rialzato la preventiva considerazione di questo 17 anche tra i più scettici.

La cosa ovviamente presta facilmente il fianco a tutte le critiche che sarebbe legittimo muovere ad un’operazione del genere: durata lampo (appena 20 minuti di disco), testi sicuramente sinceri ma che non superano quasi mai lo standard di Cioè, un po’ di cavalcata sul fatto che la vita del ragazz(in)o sia abbastanza turbolenta tra rapine e accuse di violenza domestica, insomma tante (Insta)storie a ingrassare il sindacabile contorno che possono portare facilmente il purista di turno a non approcciare neanche l’uscita. E invece sorprendentemente il tutto funziona alla grande, e forse proprio la brevissima durata dell’album è uno dei suoi punti di forza; qualcosa che non ti fa nemmeno accorgere che a un certo punto l’hai avuto in loop perenne tutto il giorno. L’approccio è un po’ quello del Frank Ocean che si siede sul tappeto della sua cameretta col registratore, la chitarrina, il synth e tanto male di vivere dentro. La trap non si profila mai neanche di sfumato, e gli abbozzi di canzone sono fragili ballate acustiche con un acerbissimo ma squisito intuito per la melodia. Sembra a tratti la trasposizione all’era dei social e del post-rap di un Niandra La-Des di John Frusciante, o del Barrett solista – e sicuramente qualcosa dei Pink Floyd qua e là c’è, vedi Save Me.

Lasciate perdere Genius e i testi da bimbominkia lametta alla mano: questa manciata di tracce è da ascoltare col cervello spento e il cuore aperto. Bastano tre accordi di piano per aprire scorci di bellezza assoluta come Orlando; e questo qui, se nel frattempo non gli sparano in strada o non si ammazza da solo, potrebbe anche diventare qualcuno di importante.

31 Agosto 2017
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