Recensioni

6.5

È evidente che per uno che da dieci anni vive in un’isoletta tra Bretagna e Cornovaglia – in cui ha costruito uno studio/centro sociale e registrato questo ultimo disco – i luoghi e le atmosfere che porta con sé non possono non avere un ruolo centrale nella composizione musicale. Dal precedente, riuscito a metà, EUSA, si è anche aggiunto l’elemento ecologista/ambientalista a completare il quadro di una tensione tra un mitico passato primevo e vergine, e un presente che nasconde dietro coltri di rumori l’essenza del paesaggio, dei luoghi appunto, e con essi – seguendo il percorso emozionale e artistico di Tiersen – anche le nostre anime, sommerse da un presente inutile, straniante, alterante.

In questa riflessione si inseriscono i field recording usati per alcune delle composizioni: alcuni provengono dal Parco nazionale di Redwood, nella California del Nord (un monumento alle sequoie tanto amate da uno dei padri dell’ecologismo americano, John Muir, e simbolo della conservazione del naturale), altri da Tempelhof, ex base aerea nazista e ora polmone verde in mezzo a Berlino. Il messaggio è chiaro: uscendo di scena l’uomo e lasciando che la natura sia libera di esprimersi, tornano gli uccelli e il loro canto. Non un messaggio nuovo, né particolarmente innovativo, nemmeno in musica, aspetto questo che fa tornare alla mente la stucchevolezza parte integrante della colonna sonora (e relativo film) che ha dato fama mondiale al compositore, Il favoloso mondo di Amelie.

Rimane da valutare, allora, la reiterazione del messaggio, qui affidata a un pugno di cantanti ospiti, un po’ di elettronica minimale e ai soliti archi attentamente spaziati nelle composizioni. Accanto a calchi Sigur Rós (Erc’h) e a salmodie dall’incedere sacrale (Gwennlied), colpiscono le composizioni meno strutturate come l’iniziale Tempelhof, che si appoggiano a una semplice linea di piano e ai citati field recording, questi ultimi simili a una riedizione più contemporanea del primo Tiersen; o la quasi Enya di Pell, che però si appoggia con un po’ troppa prevedibilità sul canto angelico e ai vagiti di un neonato. Lascia un po’ freddi il resto del programma e, anche sulla distanza, i brani faticano a imprimersi nella memoria. Quasi fossero fatti di quella stessa materia impalpabile che Tiersen sembra non riuscire a mettere mai del tutto a fuoco. Può essere un difetto. O un pregio.

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