• set
    30
    2016

Album

Mute

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«Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure», rifletteva Calvino ne Le Città invisibili, ridisegnando, attraverso tensioni e strappi, gli spazi del quotidiano. Il nuovo disco di Yann Tiersen, EUSA (in bretone indica l’isola di Ouessant) racconta a sua volta di spazi qui riempiti con la pienezza del suono – quello crepuscolare e minimale – a cui l’artista ha saputo abituarci. È naturale immaginarselo camminare tra i sentieri della piccola isola già solcati un numero infinitesimale di volte, alla ricerca del modo migliore per imprimere quei luoghi (i cui nomi combaciano con i titoli dei componimenti) su un pentagramma, fino a giungere alla soluzione più semplice, quella in cui riesce meglio: un pianoforte a far da compagno di viaggio negli anfratti più nascosti ed immaginifici del luogo e dita disposte a correre su di esso senza sofismi o esitazioni. È ciò che ha provato a realizzare con EUSA, che, ridotto all’osso, è frutto di dieci strumentali al pianoforte registrati presso gli Abbey Road Studios, con il solo accompagnamento di field recording e a cui vanno aggiunti piccoli cimeli: un testo di spartiti, un libro, oltre che un sito web dove immagini e suono riescono a fondersi con notevole forza espressiva.

Tiersen dunque si diverte a vestire i panni del geologo visionario, inseguendo le tracce lasciate dal predecessore ∞ (Infinity), di cui questo EUSA sembra la naturale propagazione: telai scheletrici di suoni ultraterreni, minimalismo estetico e la costante tensione verso un immaginario filmico che ti porta a spasso tra i vicoletti parigini de Il favoloso mondo di Amélie. È proprio questo il limite più significativo di dieci componimenti che non aggiungono né tolgono nulla al percorso artistico fin qui intrapreso dal Nostro: passi il tocco raffinato mai perduto e anche la complessità del progetto audio-visivo multimediale, ma l’album somiglia più ad un soliloquio, un esercizio di stile, piccoli bozzetti di una colonna sonora ancora in itinere.

L’artista bretone è riuscito sì a smaltire le svolte incaute di Skyline e Dust Lane ricongiungendosi a quella visione introspettiva del suono, ma qui non riesce ad essere incisivo né memorabile, confezionando un prodotto buono ma destinato a consumarsi e ad accartocciarsi su sé stesso. C’è un’irrequietezza nell’animo di Tiersen che tradisce anche la natura opalescente di EUSA e collima con la voglia di dare una scossa a tutta questa levità. Qui (purtroppo) il Nostro non ci riesce e resta ancorato a quel passato che lo tormenta e che puntualmente torna come un fantasma millenario risvegliatosi sulle rive di Ouessant.

3 Ottobre 2016
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