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Per quanto fosse privilegiata, negli anni ’70 la condizione del musicista era quella di un lavoratore. Oggigiorno, tra un disco e l’altro, le rock star di prima grandezza possono fare trascorrere anche cinque anni o di più. A quei tempi il mondo della produzione musicale visto dalla parte dell’artista era una sorta di catena di montaggio: registrazione, stampa del disco, tour e daccapo, un anno dopo l’altro. Gli Yes del 1971 non sono immuni alla dorata routine, e dopo sei mesi di tour tra Europa e Stati Uniti per spargere il verbo di Fragile sono pronti a rientrare in studio e a registrare. Il clima che si respira all’interno della band non è distensivo: Anderson, Bruford, Howe, Squire e Wakeman sono dotati di ego tanto grande quanto le loro abilità di musicisti, e questo non può che influire sul disco che sta prendendo vita. Chris Welch, famoso giornalista mandato da Melody Maker per rendere conto di ciò che accade agli Advision Studios, riporta che la band è una pattuglia scollata: i timonieri, coloro che hanno le idee chiare sulla direzione da dare all’album, sono Jon Anderson e Steve Howe, con Eddy Offord promosso da tecnico del suono al ruolo di co-produttore al pari della band, e Bill Bruford – insofferente per il macchinoso metodo di scrittura e registrazione – spesso in contrasto con Chris Squire per i ritardi e le lungaggini di questi (il batterista racconterà che il bassista perdeva ore e ore su una manopola del mixer per regolare il livello del suo strumento registrato). Tant’è vero che Close to the Edge è l’ultimo disco che Bruford registra con gli Yes, almeno fino al 1989, quando si iscrive, per puro senso degli affari, al remunerativo progetto discografico ABHW (Anderson, Bruford, Howe, Wakeman).

Gli Yes, in quanto a successo, rappresentano la punta dell’iceberg, o giù di lì, del prog rock britannico, dunque sono estremamente – e giustamente – ambiziosi. Per questo motivo alzano l’asticella e spalmano i poco meno di 40 minuti di durata di Close To The Edge su soli tre brani. Close to the Edge copre l’intero lato A. I 18 minuti della suite che intitola il disco danno vita a quattro sezioni distinte ma senza pause, le cui parole sono affare di Jon Anderson e Steve Howe, e che rappresentano il magnum opus degli Yes. Dopo l’introduzione quasi new age, la materia di The Solid Time Of Change e Total Mass Retain – parti I e II di V – si fa magmatica fino al sopraggiungere della parte III, quel I Get Up I Get Down che è entrato nell’almanacco dei migliori momenti di sempre del prog rock. Dopodiché la band riprende a viaggiare con un’energia pari alla complessità di una struttura che solo per miracolo non implode e collassa su se stessa. Se la suite è il definitivo banco di prova per ogni band progressive che aspira all’Olimpo, ebbene gli Yes hanno superato la prova nel migliore dei modi.

And You & I – parole di Anderson, musica di Bruford, Howe & Squire – accantona momentaneamente l’elettricità che domina Close To The Edge per aprire in modo acustico, quasi bucolico: suddivisa in quattro movimenti rappresenta l’ulteriore prova che gli Yes stanno godendo di uno stato di grazia. Il brano ha la forza di un inno “cosmico”, quasi a preludere l’inizio di una nuova era di prosperità che Jon Anderson presenta così: «Emotion revealed as the ocean maid / As a movement regained and regarded both the same / All complete in the sight of seeds of life with you». In fin dei conti siamo nel 1972: se il 1968 ha fallito la missione, e le istanze politiche e sociali giovanili che dovevano cambiare il mondo sono durate una sola stagione, nella prima parte degli anni ’70 la musica ha ancora la pretesa di essere uno stile di vita e non solo un passatempo, di identificare e di essere qualcosa in cui rispecchiarsi oltre il momento dell’ascolto. Chiude l’album Siberian Khatru, e non ci sarebbe potuto essere sigillo migliore. Infatti il solo brano nel quale Wakeman è accreditato tra i compositori diventerà – comprendendo tutti gli elementi che hanno fatto grandi gli Yes: epica, sagacia strumentale, forza e melodia che si uniscono per creare un disegno dal respiro incredibilmente ampio – uno dei brani cardine del repertorio della band. Allo spegnersi di Siberian Khatru si ha la certezza che gli Yes sono riusciti nel compito. Hanno superato quanto di buono fatto con Fragile e sono allo zenit della loro parabola artistica. Da qui in avanti, in termini di creatività, cadranno verso il basso, seppur scendendo la china lentamente.

Sulla copertina di Close To The Edge compare per la prima volta il logo che diverrà storico e sarà tradito solo in tempi recenti, quelli in cui la band e il suo spirito andranno un po’ a smarrirsi. Ma il vero colpo di genio di Roger Dean, che diviene per gli Yes ciò che Paul Whitehead è per i Genesis, consiste nel fare di una campitura che parte dal nero e sfocia nel verde la copertina. Una trovata “semplicissima”, scevra da qualunque difficoltà esecutiva, quasi à la Mark Rothko, il rivoluzionario e tormentato pittore astrattista lettone-americano. Un lavoro in controtendenza con quello che sta accadendo nel modo di “vestire” i dischi progressive rock del periodo che fanno a gara, copertina dopo copertina, per superarsi in quanto a fantasia e complessità.

Quinto album di studio degli Yes, Close To The Edge stabilisce dunque una pietra miliare tanto per la band quanto per il progressive rock, che si trova nel suo periodo di massimo splendore. Genesis, Jethro Tull, Pink Floyd, King Crimson, Gentle Giant, Camel, Renaissance – e decine di altri – stanno tutti sparando le loro migliori cartucce. Non esiste solo il progressive rock, certo, ma il genere fa la voce grossa e conquista con inopinata qualità e musica tutt’altro che orecchiabile le classifiche di tutto il mondo. Questo è il tempo, per dare l’idea del perché certe cose possono accadere, nel quale alle stazioni radio – che non si preoccupano di trasmettere senza interruzioni suite della durata di 20 minuti – si associa l’aggettivo di “libere”. Che nel giro di pochi anni sarebbe stato sostituito da quello molto meno onorevole di “commerciali”, con tutto ciò che ne consegue.

Close To The Edge viene reso disponibile per il pubblico il 13 settembre 1972, quando la band è già in tour per promuovere l’album. E schizza subito in alto nelle classiche. In Olanda arriva al n° 1, in UK al n° 4, e al n° 3 negli States, dove ha ottenuto 450.000 prenotazioni e il 30 ottobre già guadagna il primo Disco d’Oro. Su un panorama così roseo si staglia però un’ombra. Alla ricerca di nuove sfide e di un ambiente meno stressante e conflittuale, Bill Bruford lascia la truppa per accettare l’invito di unirsi ai King Crimson. Nonostante si dichiari disposto a portare a termine il tour, il batterista viene immediatamente rimpiazzato da Alan White, che aveva lavorato con John Lennon, George Harrison, Steve Winwood e Ginger Baker, e condiviso un appartamento a Londra con Eddy Offord (che lo aveva portato all’audizione con gli Yes). Il tour che prende il via il 30 luglio da Dallas – protraendosi per ben 95 date tra USA, Canada, Giappone e Australia – è il più estensivo mai affrontato dal gruppo. Ne seguirà il triplo live Yessongs, disco inossidabile che viene pubblicato il 4 maggio 1973 e testimonia il formidabile momento di forma della band.

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