Recensioni

8.5

Parlando delle Raincoats, Kurt Cobain utilizzò una metafora forse non di primissima mano ma sicuramente efficace: ascoltare i loro dischi è come “essere insieme nella stessa vecchia casa, io devo restare immobile altrimenti si accorgeranno di me che le guardo dall’alto e, se mi sorprendono, rovinerei tutto perché è una cosa loro”. Musica da origliare, con delicatezza e circospezione, sentendosene dentro e fuori allo stesso tempo. La stessa analogia sarebbe perfetta anche per descrivere l’effetto delle polaroid sonore (si perdoni la banale sinestesia) degli Young Marble Giants, e non solo per tutti i fili ideali intrecciati tra il grigiore della Londra sponda Rough Trade (l’etichetta degli YMG e delle Raincoats, considerate dai tre gallesi delle “madrine un po’ petulanti”) e quello del Nordovest americano di meno di dieci anni dopo (Colossal Youth era uno dei dischi della vita di Cobain, Courtney Love riprese Credit In The Straight World su Live Through This delle Hole, Stuart Moxham produsse metà di You Turn Me On dei Beat Happening).

L’intera eredità musicale degli Young Marble Giants è un file privato inciso quando non esistevano i file, quando l’”elettronica” per la maggior parte di chi faceva musica indipendente consisteva in drum machine da quattro soldi comprate dal rigattiere e il social network prediletto da chi la musica indipendente la ascoltava era la rubrica della posta dell’NME, o le fanzine ciclostilate in b/n che ti macchiavano le dita ancora prima di prenderle in mano. Colossal Youth, l’unico album della band, suona esattamente così: una conversazione tra amici captata per caso alla fermata dell’autobus o al tavolo di fianco in un pub, nella quale non puoi inserirti neanche per provare a interpretarla. Ma puoi assorbire quei frammenti e costruirci una tua conversazione interiore. Le micro-canzoni degli YMG rifuggono dall’ermeneutica e si prestano, per l’appunto, a immagini, analogie, flash di vite così comuni da essere paradossalmente molto più interessanti di qualunque narrazione epica da rockstar.

Un disco volutamente anti-rock – erano i tempi, del resto – ma assolutamente non anti-pop. Quelle melodie scheletriche, quei cambi infinitesimali di accordi e di atmosfere, si appiccicano alla memoria come bubblegum (nel senso della gomma da masticare ma anche del genere musicale) al gusto di minimalismo. Mettiamola giù semplice: poco o niente suonava come Colossal Youth nel 1980, poco o niente ha suonato allo stesso modo nei quarant’anni successivi, nonostante vari tentativi di imitazione (così al volo vengono in mente, tra i pochi ad averne colto lettera e spirito, gruppi come i Laika, i Pram , forse anche certi Stereolab, anche se in un contesto diverso, sicuramente i già citati Beat Happening e un po’ tutta l’estetica K Records). Il che non significa che in quella musica non ci fossero rimandi identificabili, anzi. La chitarra di Stuart Moxham, principale autore dei brani, a ben sentire evocava con quegli accordi secchi e appuntiti, suonati spesso con la tecnica del muting, i riff primordiali di un Duane Eddy, di un Muddy Waters, di un Hank Marvin e in generale di un mondo pre-Beatles, tuttavia spogliati di qualunque accento fisico (potremmo quasi dire “carnale”: le canzoni degli Young Marble Giants sono un esempio di musica straordinariamente incorporea, fluttuano tra le sinapsi senza arrivare alle estremità e ai muscoli).

Un brano, contenuto su uno dei pochi singoli della band extra-Colossal Youth, si intitolava programmaticamente Ode to Booker T. Ma non solo: il pezzo che dà il titolo all’album è il fantasma di una possibile hit dei Blondie, una X-Offender svuotata di ogni nuance radiofonica e di ogni parvenza di erotismo eppure, in un modo totalmente cerebrale, irresistibilmente catchy. E qui si deve parlare del cantato (o del non-cantato) di Alison Statton, prototipo della voce femminile da indie band inglese della porta accanto che vedrà negli anni successivi nobilissime epigone come Tracey Thorn. La Statton, fidanzata di Philip Moxham, fratello di Stuart e bassista dal tocco melodico come quello di Hook nei Joy Division, sembra intavolare costantemente un dialogo interiore più che cantare, sempre a un passo dalla stonatura eppure punto focale di architetture minime e perfettamente autosufficienti, come un modellino in scala di ciò che dovrebbe essere una canzone pop.

La Rickenbacker più lontana dal jingle jangle che si sia mai sentita, il basso, i ritmi piacevolmente ottusi della drum machine, ghirigori di tastiera che ricordano un po’ i Farfisa in codice morse del garage anni ’60 e molto le pianole circensi da lungomare di Brighton. A unire i puntini la voce anaffettiva di Alison. Tutto qua, non c’è altro. Ah certo, i testi. Di cosa parlano le canzoni di Colossal Youth? Chi lo sa. Di ciò che parlano le canzoni pop in genere: d’amore, di malinconia, dell’ultimo giorno dell’umanità (quella in realtà sarebbe Final Day, probabilmente il pezzo più “celebre” del trio di Cardiff, che però è su un EP successivo). Non è tanto il cosa, ma come viene detto. C’è in quegli haiku privi di emotività ma molto raffinati dal punto di vista descrittivo (“the Man Amplifier has everything but desire/ Is a robot when he should/never tires, ever good/and we’re singing”) una sorta di riduzione in prosa un po’ burocratica, un po’ pubblicitaria, di tempeste emozionali e conflitti psicologici messi sotto una lente d’ingrandimento e analizzati nelle loro componenti. Anche qui, come nella musica, abbiamo lo scheletro di qualcosa, di forme preesistenti. In alcuni casi la laconicità è al servizio di strutture interessanti come il montaggio alternato di Eating Noddemix, in cui la protagonista del pezzo si trucca davanti allo specchio, si dipinge le unghie, si prepara per uscire mentre da qualche altra parte accade un incidente grave (un treno deragliato?) sul quale piombano come degli avvoltoi i media. Forse è lei, la protagonista, ad avere avuto un incidente, ma inutile cercare altri indizi.

Il segreto di Colossal Youth sta proprio nel dire e nell’offrire il minimo indispensabile, le canzoni come mattoncini di Lego da ricomporre secondo la propria sensibilità. Una metodologia decisamente moderna (senza “post” davanti), spiegata molto bene da Stuart Moxham nelle note di copertina della prima ristampa in cd dell’album una quindicina di anni dopo: “mentre cercavamo di essere originali, eravamo in qualche modo responsabili di un ri-assemblare qualcosa che esisteva già nell’inconscio collettivo – prendevamo istintivamente ciò che era nell’aria e da artisti provavamo a metterlo nel “giusto” ordine. Come se gli artisti possedessero un modello di trasmissione di informazioni tra una dimensione emotiva particolare e il mondo così come lo conosciamo. Quando chi ascolta riceve quell’informazione, se essa si adatta al suo modello, al suo senso di cosa è giusto o bello, allora risuona nell’intimo e provoca piacere”. Da quarant’anni, Colossal Youth risuona nell’intimo di chi lo ascolta in un modo assolutamente unico nella storia del post-punk (o del pop, del rock, di quello che volete). Come scrisse un recensore particolarmente illuminato, “l’equivalente di un dipinto paesaggistico zen: poche pennellate casuali, e tutto il resto implicito”.

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