Recensioni

7.2

Young Thug è un fenomeno decisamente complesso. Ancora abbastanza ignorato dalle nostre parti – non che ormai sia ancora una sorpresa – in USA è incensato come genio cristallino da molti, pur avendo la sua nutrita schiera di haters. Certo è che dopo essere emerso come uno dei tanti nomi caldi della scena trappusa di Atlanta, in seguito ha portato avanti un discorso personale e, se non addirittura rivoluzionario, quantomeno genuinamente e-voluzionario. Gli elementi di freschezza risiedono soprattutto in un flow che spesso svuota di significato il significante, con lyrics che preferiscono accostamenti di parola non già per le rispettive valenze semantiche, piuttosto per quelle fonetiche. Oltre alle cacofonie e alle onomatopee, ai versi e agli skrrr, frequenti sono anche i neologismi e le catene di sillabe inventate. È un fraseggio che asseconda il beat piuttosto che servirsene, indovinando spessissimo anche melodie al limite del clamoroso che restano però sottese, nascoste da una voce stridula e irritante e dall’apparente minchiosità del personaggio.

Con una produzione floridissima – è impressionante il numero di tracce pubblicate in pochissimo tempo – la sensazione che fino ad oggi circondava Thuggy era soprattutto quella di un incompiuto casino: singoli, EP, mixtapes, collaborazioni, continui cambi di titolo e di moniker di ascendenze kanyiesche ecc.; difficile, insomma, farsi strada nel marasma di pubblicazioni. Anche da un punto di vista qualitativo, escludendo l’ottimo JEFFERY, era chiaro che il potenziale intravvisto non fosse ancora del tutto liberato.

Con Beautiful Thugger Girls – album d’esordio? ennesimo mixtape? – ancora una volta non è chiaro, ma poco importa: la quadratura del cerchio, finalmente, l’abbiamo. Magari avevano un po’ spaventato le dichiarazioni in cui il disco veniva presentato come il singing album con influenze country, così come la laccata copertina acustica. Quello che abbiamo tra le mani è invece un piccolo gioiellino pop, dove Young Thug non sbaglia una melodia che sia una. Gli arrangiamenti sono un colorato ibrido di reminiscenze caraibiche (dancehall e kuduro su tutte), chitarre e fiati (l’irresistibile For Y’All può esserne un ottimo esempio), coretti, svolazzi di piano e rimasugli trap perfettamente funzionali.

Le stimmate sono insomma quelle di una godibilissima raccolta di potenziali hit estivi (provare il feat. con Future Relationship per credere), che mostra una volta di più come la migrazione verso territori pop di tanti nomi provenienti dal giro che (non) amiamo identificare come trap sia una delle strade oggi più auspicabili (e battute); pensiamo a dischi come quello di Lil Yachty o – per rimanere nel giardino di casa – Ghali. Altrimenti ci sono le playlist furbette di un certo signore canadese che, guarda caso, qui figura come produttore esecutivo.

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