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Da qualche anno a questa parte uno dei più importanti studi cinematografici di Hollywood, la Warner Bros., sta vivendo, per quanto riguarda il mondo dei cinecomics, una crisi d’identità e di autorevolezza sconcertante. Eppure la major ha rilanciato il suo successo proprio su questo genere, che ha anche contribuito a fondare con il Superman di Richard Donner (1978), apripista a tutti i prodotti successivi che ne cavalcarono l’ondata d’entusiasmo. Esauritosi il potenziale di quel franchise, si decise di puntare su torni più cupi: arrivarono quindi i due Batman di Tim Burton, seguiti dai disastrosi giocattoloni kitsch di Joel Schumacher.

È pazzesco che oggi la Warner sia stata (e si sia) messa in competizione con i Marvel Studios, occupando ampiamente una posizione di vantaggio su questi ultimi e non viceversa. Rimanendo sui numeri, gli ultimi due capitoli della trilogia de Il Cavaliere Oscuro hanno incassato circa un miliardo di dollari, una cifra esorbitante data l’immagine di blockbuster d’autore che Christopher Nolan si porta dietro. Il miliardo e mezzo fatto registrare da The Avengers è figlio dei cinque film che lo avevano preceduto (e che non erano andati oltre i 585 milioni di Iron Man). Perché mai avrebbe dovuto fare a gara e non, invece, sviluppare un proprio universo narrativo – simile al Marvel Cinematic Universe – con i propri tempi e le proprie modalità dopo l’uscita di scena di Christian Bale? Perché probabilmente viviamo in tempi così frenetici dove il pubblico non sa più cosa vuole, ma lo vuole tutto e subito.

Alla luce del disastro critico (ingiustificato per le modalità con cui è stato condotto dalla stampa) di L’uomo d’Acciaio e di Batman v Superman, Justice League doveva segnare la svolta per lo studio, che però è avvenuta con le premesse più sbagliate e le idee più confuse. Quando si guarda la pellicola si ha come l’impressione di ammirare un puzzle i cui pezzi sono stati incastrati forzatamente nel modo sbagliato e che i quelli giusti siano proprio lì accanto, ma nessuno si è degnato di segnalarlo a qualcuno. Il disastro ha origini lontane: quando BvS venne stroncato, le riprese di JL erano già partite e Zack Snyder stava procedendo – giustamente – sullo stesso tono dei precedenti film (cosa che si nota benissimo dal prologo iniziale sulla morte di Superman, che richiama una celebre scena di Watchmen). Perfino la nuova introduzione del Batman di Ben Affleck lasciava sperare per il meglio. Poi, arrivò l’ALT della Warner, che ingaggiò Joss Whedon (lo stesso che diresse quel The Avengers di cui si parlava pocanzi) per alleggerire l’atmosfera della pellicola e adattarla a uno stile che inevitabilmente avrebbe cozzato con quello di Snyder. Non solo: il successo di qualche mese prima di Wonder Woman, convinse i vertici a una nuova rielaborazione suicida del film, con la riduzione dalle tre e passa alle due ore finali.

Il risultato è quindi un film senza anima, senza cuore, con mille idee male amalgamate, con una trama risibile, una durata insufficiente e un montaggio assassino, privo di tutta la profondità drammaturgica (pretenziosa o meno) che almeno aveva donato una coerenza interna all’universo fin qui costruito. Non ci si meraviglia quindi se Bruce Wayne fa battutine in stile Tony Stark, se l’ingenuo Barry Allen sia un filino meno insopportabile del nuovo Peter Parker ritratto da Tom Holland, se Arthur Curry sia in sostanza una copia carbone di Jason Momoa che scimmiotta Thor. La stessa Gal Gadot, che pure aveva sorpreso in positivo sia in BvS che nello standalone Wonder Woman, appare svogliata fino all’inverosimile e incapace di dare spessore al proprio tormento, anche per il minutaggio ristretto affidatole.

Se dal punto di vista narrativo, lo studio è da rimandare a settembre (speriamo che almeno con Aquaman James Wan abbia la libertà di muoversi a piacimento), da quello tecnico sarebbe, invece, da licenziare in tronco: 300 milioni di dollari di budget (tra produzione e ingenti riprese aggiuntive) e ci ritroviamo con una computer grafica di cartapesta, monotematica e anche un bel po’ irritante, quando invece la Marvel – in un film considerato minore come Ant-Man – riesce a farci credere che Michael Douglas abbia di nuovo 40 anni. Warner, il vostro bonus di cinque film è scaduto, sarebbe l’ora di cominciare a credere in se stessi.

22 Novembre 2017
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