Recensioni

Il cerchio aperto anni fa con l’irruzione a gamba tesa di Nika Roza Danilova, in arte Zola Jesus, nel panorama underground, dapprima coi pezzi piccoli per l’onnipresente Sacred Bones, poi con album sempre più ingombranti per densità, eco e rilevanza (The Spoils innanzitutto, poi Conatus), si chiude definitivamente con questo Taiga.
Definito dalla stessa come il proprio reale esordio – bizzarria acchiappa like o reale volontà di tagliare i ponti col passato da parte della signorina dietro la sigla, non è dato sapere –, Taiga segna l’approdo sulle lande targate Mute e l’ennesimo appiattimento delle asperità che segnavano la (ormai ex, per lo meno per come la conoscevamo) Zola Jesus. Ispirato da “taiga”, nome russo che indica la foresta boreale e che nell’ottica della Danilova diviene luogo di riflessione sulle proprie lontane origini, e di conseguenza sulle dicotomie abitato/deserto o civilizzato/selvaggio (e, ancora, vivo/morto, percepito/celato, visibile/invisibile ad libitum), l’album si avvale di una produzione eccelsa, di una estrema cura per il dettaglio, di una maniacale attenzione per le atmosfere. A venire eccessivamente levigate, però, sono quelle ruvidezze che erano l’estremo tratto distintivo di una musica in potenza “pop” ma ammantata da una coltre di disagio e alienazione umorale e da un immaginario ben definito (l’ala “femminile” dell’industrial meno estremo, tutto l’universo goth inglese, le heavenly voices riprese dal giro moan-wave, ecc.) che avevano fatto dell’americana un punto di riferimento per molti.
La caligine in cui annegavano le melodie degli esordi si è diradata e restano soltanto “plasticosi” esercizi di stile, indigesti nel loro essere sopra le righe in maniera artificiosa. Insomma della “estrema filiazione della terrifica trimurti Diamanda Galas/Lydia Lunch/Siouxsie” (Comunale dixit) non resta ormai nulla, e al loro posto regna una versione synth-pop ripulita e translucida di quel suono affine ad act come Goldfrapp et similia. Il risultato sono momenti troppo spesso imbarazzanti (Nail, Dangerous Days, Hunger) o semplicemente poco ispirati (Taiga, Lawless), eccessivamente appiattiti da una produzione troppo vogliosa di mostrarsi “patinata” e appetibile per un pubblico più ampio.
E’ paradossale come la scelta di un titolo dal significato forte qual è Taiga rischi di divenire una sorta di nefasto presagio su quello che sarà il futuro di Zola Jesus, persa in una terra di nessuno: troppo pulita per il gusto underground e troppo poco accessibile per il mainstream.
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