Recensioni

7.5

Con il progressivo allargamento dei confini della nostra curiosità, come dimostra anche il sempre maggior numero di ristampe di dischi da ogni parte del mondo su etichette di origine anglofona (per esempio Lucio Battisti su Light in the Attic Records), anche la produzione dei paesi dell’ex blocco sovietico ha iniziato ad apparire nei nostri supporti musicali: così negli ultimi anni sono arrivati dalla Russia l’electro caciarona e metallica di Proxy (2012), il pop digitale e sofisticato di Olga Bell (2014, 2016), la recente versione siberiana di Ema, Ekat Bork, l’indie-rock matematico e deviato degli Asian Women on the Telephone (2016) e la psichedelia centrifuga del moscovita Holypalms (la cui compilation di remix del suo Jungle Judge, pubblicata da Artetetra e ascoltata in anteprima proprio qui su Sentireascoltare, è arrivata persino su The Wire). È quindi un peccato accorgersi che il disco principe, verissimo pilastro di tutta la scena musicale sovietica, manca ancora di una ristampa internazionale: infatti l’esordio omonimo degli Zvuki Mu (letteralmente Il Suono di Mu, l’ipotetico continente scomparso nel Pacifico) può vantare due ottime riedizioni per il mercato russo uscite tra 2013 e ’14, ma resta ancora un oggetto non identificato per l’Occidente.

La band viene creata dall’eclettico artista Peter Mamonov (anche poeta, attore e regista teatrale) nel 1983 e vedrà, nei quasi trent’anni di carriera, numerosi avvicendamenti in line-up, con il solo Mamonov a far da costante (e da padre padrone). Soltanto sei anni dopo, con un leggero ritardo rispetto alle stagione wave internazionale (nello stesso anno in America esce per esempio Nothing’s Shocking dei Jane’s Addiction, pietra tombale per gli anni ottanta e introduzione di un discorso rock completamente differente), gli Zvuki Mu esordiranno con un disco omonimo che può addirittura vantare la produzione di un Brian Eno sempre curioso e aperto a nuove esperienze. L’album mostra però una propria indipendenza rispetto agli standard occidentali: perfettamente in bilico tra tensione post-punk (Forgotten Sex e Leave Me Alone), affondi psichedelici (Gadopiatikna e Traffic Policeman) e swingato art-rock, mostra ancora oggi una freschezza invidiabile e una cifra stilistica assai originale, complice anche il virtuosismo espressivo dello stesso Mamonov (0-1).

Se indubbiamente le pietre miliari sono per forza dischi già noti e sviscerati pienamente, il debutto degli Zvuki Mu (insieme all’ampia discografia degli olandesi Ex o all’ispido ibrido electro-wave degli sloveni Borghesia) s’inserisce coerentemente e meritatamente in quella schiera di opere da rivalutare, capaci di ampliare i confini e dunque le possibilità comunicative della musica rock.

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