Olga Bell (US)

Biografia

Le infinite steppe della Russia asiatica, il paesaggio che da coreografia folk si fa occasione per riflessioni esistenziali e universali, lo sguardo sul sé come esercizio di moto in loop, schegge art-pop, afflato orchestrale, il freddo dell’Alaska e la metropoli newyorkese. Olga Bell è tutto questo, e molto altro. Una di quelle artiste in continuo movimento cominciano la carriera in una direzione, ma non esitano a esplorarne di nuove a ogni occasione. Le incisioni, lunghe o corte che siano, diventano così quasi monadi a sé stati: il fil rouge che le unisce è la personalità onnivora e muliebre di una donna venuta dalle steppe e incastonata nell’habit arty di Brooklyn.

Olga Bell si insinua in quel solco colto, ma comunque pop, che è proprio di altre autrici (Julia Holter, Holly Herndon e, da lontano, anche di Björk) che giocano su sovrapposizioni compositive, mescolando a proprio piacimento acustico ed elettronico, ambient e beat, atmosfera e melodia. Dalla Holter ha preso la voglia di mescolare colto e pop (non a caso anche la Holter viene da studi classici), dalla Herndon la voglia di andare di traverso, giocando spesso sui timbri, dalla Björk in piena forma di fine anni Novanta ha recuperato la capacità di giocare con le atmosfere, riuscendo a usarle come tinte emozionali sulla propria tavolozza espressiva. Sullo sfondo, ma mai troppo lontani per non essere percepiti, che sia un brano più acustico o più elettronico, ci sono sempre l’ambient e il folk, le due colonne su cui poggia la costruzione dei brani.

Nata a Mosca ma cresciuta in Alaska, Olga Bell è una compositrice americana, nonché produttrice e performer di stanza a Brooklyn. Con un passato di studi classici – si è laureata a 21 anni al conservatorio del New England – decide di trasferirsi nella Grande Mela per intraprendere studi di composizione elettronica e songwriting. Dalla metà degli anni Duemila inizia una carriera come artista con performance alla Carnegie Hall e al Lincoln Center. Nel frattempo, come metà del duo Nothankyou, produce dance music con il producer britannico Tom Vek e in proprio, anche con remix. Nel 2012 entra, come touring member (alle tastiere) nei Dirty Projectors all’altezza dell’acclamato Swing Lo Magellan.

Il 29 aprile 2014 esce, via One Little Indian, l’album di debutto Krai, una raccolta di brani art folk suonati con un variegato set di strumenti acustici (batteria, basso, chitarra, glockenspiel) e elettronici (vibrafono, synth), canzoni cantate rigorosamente in russo tanto intime quanto austere, aperte al pop come alla chamber music e alla musica sacra, in un incastro di strutture lineari e complesse contaminazioni, orchestrazioni e nervosi drumming e interplay strumentali. Tra le influenze dell’album: The Knife (quelli di Shaking The Habitual), Holly Herndon e lo stesso gruppo di David Longstreth. Ad anticiparlo, Perm Krai e Stavropol Krai, brani resi disponibili per il download sul canale ufficiale Soundcloud (e nel box widget della scheda album).

A distanza di un anno, annunciato per il 25 settembre 2015, esce sempre su One Little Indian l’EP Incitation: cinque brani che calcano le profondità vocali e di ricerca precedenti, ma che abbandonano il russo in favore di un più accessibile inglese. La matrice folk precedente rimane solamente in controluce, mentre l’accento si sposta maggiormente sui suoni elettronici, con un approccio arty-ambient/minimal soul. Tra le «bombe su Baghdad» della sezione percussiva della titletrack, le citazioni 8-bit immerse nel soul sbiancato e fragile di Rubberneck, spicca l’ambient tra The Knife e Planningtorock della suite in due parti di Pounder e si chiude con la scheletrica Goalie, sorta di interpretazione personale di un soul minimo basato sull’espressività vocale.

L’EP è annunciato sul blog dell’artista da una foto di Björk, periodo Homogenic, quasi a voler dare un’indicazione del modello. Se il colpo arriverà mai al bersaglio, se mai potremo pensare a Olga Bell nel solco dell’islandese, lo scopriremo col tempo: intanto la mira è presa correttamente.

Nel 2016 Olga Bell torna con il secondo disco, Tempo, basato su di uno studio appassionato e immersivo della house di Detroit. Cita esplicitamente Robert Hood e Jeff Mills tra le fonti d’ispirazione, ma non troppo nascostamente l’altra influenza anni Novanta che determina il disco è il suono del trip hop di Bristol, soprattutto lato Portishead. Il tutto sempre declinato nelle propria personale visione del pop qui e ora. Disco di conferma per un’artista che non smette di esplorare mondi sonori.

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