Black Mirror, commento all’episodio 4×01 (“USS Callister”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

«Dove andremo a finire?». È sempre stato questo il mantra che lo spettatore fedele di Black Mirror si ripeteva all’inizio di ogni episodio, insieme alla consueta premessa del «cosa diamine sta succedendo?». Mai come con questo esordio di quarta stagione, però, premesse, svolgimento e obiettivo finale avevano puntato su una direzione così diversa e, se vogliamo, sbilanciata. Dopo tre stagioni e uno special natalizio, Charlie Brooker ci riproietta nella sua inusuale e tipicamente angosciante atmosfera natalizia, dapprima cullandoci nelle fantasie da fan del protagonista, un accanito amante della fittizia Space Fleet, serie fantascientifica anni Sessanta che fa il verso a Star Trek, e in cui ci si immagina protagonisti di un mondo che risponde totalmente a regole che conosciamo a menadito.

In USS Callister, Robert Daly vive una routine quotidiana (daly/daily) intrappolato nel suo ufficio e, pur essendo uno dei due presidenti della società informatica da lui stesso fondata, non riesce ad esercitare alcun potere decisionale verso colleghi e sottoposti, tanto che si imbarazza pure nel prendere l’ordinazione del caffè. Il suo carattere introverso e asociale lo porta a trincerarsi nel lavoro, in cui eccelle in maniera evidente e grazie a cui la compagnia sta conoscendo un successo grandioso. L’unico momento in cui può sentirsi veramente realizzato è quando si proietta all’interno di una versione modificata ad hoc della sua invenzione (Infinity), con la quale ha ricreato fedelmente gli stilemi della sua serie fantascientifica preferita, quella di cui possiede ogni versione in home video e che viene distribuita anche su Netflix (l’autoironia della compagnia ha già raggiunto il punto di non ritorno).

Quello che appare evidente fin dai primi scambi di battute tra i personaggi/giocatori/burattini è che il mondo modificato di Infinity risponde solamente al suo creatore, capace così di esercitare quel potere decisionale assente nella vita reale. In aggiunta, vi è anche una sadica carica vendicativa che costituisce il nucleo da cui si dipanerà la narrazione di un episodio straniante e molto diverso da quello a cui Brooker ci aveva abituato, eppure mantenente la stessa carica destabilizzatrice di ansia e paranoia molto familiare agli spettatori.

«Stealing my pussy is a red fucking line». L’arco narrativo che riguarda Nanette, inoltre, e alla luce degli scandali sulle molestie sessuali che hanno stravolto e spazzato via il velo di Maya che oscurava (e oscura ancora) Hollywood, è un’attenta analisi critica e insieme una divertita rivalsa verso gli ambienti lavorativi tutti, dai piani alti fino ai più bassi della nostra società, rimarcando ancora l’interesse dell’autore nel voler rivestire un ruolo da Robin Hood tecnologico, da Merlino del Ventunesimo secolo, che ci proietta nel futuro per illustrarci con i suoi sotterfugi gli orrori del tempo presente. Perché se è vero che una delle domande più paurose dello spettatore è sempre stata la classica, «Dove andremo a finire?», è vero anche che Brooker sta lentamente ma inesorabilmente tentando di assottigliare il confine tra questo primo interrogativo e un secondo, indubbiamente più inquietante: «Dove siamo finiti?».

30 Dicembre 2017
30 Dicembre 2017
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