Geriatric power

Di Bob Dylan e del Mondo. Come il menestrello ha sconfitto l’età e il sogno americano

Ma cos’altro vuole Bob Dylan da noi? Questa è la domanda che mi balena in mente mentre scorro con le orecchie la tracklist del nuovo lavoro del menestrello americano per eccellenza, e già la parola nuovo con lui suona male, perché a Dylan non interessa il concetto di nuovo (l’umanità è mai cambiata in fondo?) ma l’archetipo del buio, la cosa che è sempre efficace perché la più antica del mondo, il racconto.

In fondo ha preso un Nobel (anzi più che preso, giustamente scippato a quell’intellighenzia snob che ha cercato inutilmente di demolirlo solo per ignoranza, dall’altro delle loro poesiole puberali e dei loro romanzetti finto-veri) per questo, con la sua abile arte di dipingere con la parola il grande poema omerico della storia americana senza che nessuno sia riuscito a leggerne tutte le implicazioni reali, che sono a lunghissimo termine. Dylan è omero di sé stesso, e non nel senso dell’osso. Quello lo lancia agli ascoltatori delle sue narrazioni, alla critica che spesso e volentieri lo incensa a cazzo, a chi lo detesta e non lo ha mai capito e per questo forse l’ha capito più di altri. Perché Dylan viene spesso sottovalutato come musicista quanto sopravvalutato come letterato, e viceversa quando si parla di successi popolari stile Mr Tambourine Man in un uroboro di indecisioni tra il registro alto, il basso, il colto, il volgare e ovviamente il vero e il falso. La questione è che se ascoltiamo raccolte come quella delle basi inedite di Shot Of Love, si sente un Dylan alleggerito dalle sue stesse parole, del suo stesso stile. Se Dylan sta zitto e osserva nasce la sua musica, capace di essere leggera come una piuma quanto potentemente strafottente in contrasto con il peso delle sue storie. Che sono narrate per poterle in fretta dimenticare, o meglio per ricordare solo pochi frammenti salienti, come tutti i citaredi che si rispettino.

Gli unreleased di Shot of Love sono un disco che non esiste se non su YouTube ma appunto importante perché vede l’assenza della sua voce che finalmente mette il tacet in partitura. Funziona perfettamente perché Dylan quando inanella frasi su frasi annulla la musica per renderla appositamente canto lontano di sirena. Quando usa le corde vocali risucchia invece nel suo pennellare salmodiato le scene dell’America di strada in una specie di recitar cantando che se non anticipa il rap poco ci manca. La questione è che ognuno ha il suo Dylan preferito, anche se non si dovesse ricorda un pezzo uno. C’è chi preferisce Street Legal che in pratica è Springsteen prima di lui, c’è chi preferisce il periodo sixties con la strafotttenza del beatnik che non si lava i denti ma che rispetto al beat in quanto tale è agnostico, chi gli anni ottanta della scoperta di Dio. In generale Dylan va per la sua strada fottendosene di tutti. Ha nella sua mente un percorso che non è ancorato ai trend ma a una ricerca fine a se stessa, di base fallimentare. Ecco perché quando in pieno Covid è  arrivato Murder Most Foul non ci potevo credere. Sembrava avesse finalmente trovato.

Ancora fa dischi Dylan? Ebbene si. E infatti come un fulmine a ciel sereno è arrivato Rough And Rowdy Ways, il suo ultimo lavoro nel 2020 alla veneranda età di… ma che importanza ha l’anagrafe? Non si scappa, Dylan vuole penetrare nel tessuto sociale di oggi come una trasfusione di sangue per un anemico dopo un’operazione. Non è lui che prende plasma dalla realtà, ma è lui stesso che inietta i suoi globuli rossi critici nell’attualità moribonda. Già scrissi del singolone, con un Dylan che più banale sembra essere nel suo citazionismo flat, più arriva al centro della faccenda; tanto in Murder most foul quanto nell’album completo si sentono echi degli anni Sessanta che risuonano come una condanna culturale più che una rivoluzione. così come nei brani che completano il disco: momenti quasi waitsiani/ residentsiani,  fatti di brass band da funerale e sconclusionati ensemble da parata, in un modo tale che questa musica volendo stradigerita diventa poi un blocco di granito che tiene dentro un fossile  vivente, che il tempo lo spazio e la natura non sono riusciti a fermare: inossidabile, inattaccabile, eterno dove altrove è sgretolarsi. Pensiamo a False Prophet con il suo canto bruciato che sembra quasi il suono di un rastrello che graffia la terra raccogliendo foglie morte: una sorta di autobiografismo che riprende l’antifona di I contain moltitudes e si spande su un loculo di nichilismo attivo “non mi ricordo quando sono nato e quando sono morto”, un individualismo che non si ferma di fronte a nulla perché ne ha viste tante da essere quasi schiacciato.

Qui appunto la “bone machine “ di Waits sembra fare capolino nei suoni scaciati di un blues zozzone e maleducato, quasi in zona garage più spaccato, ma è solo lo spirito dei bluesman che si sono lavati l’anima a colpi di alcool e gabbio a pervaderlo. Tutto parte da lì in fondo, come Dylan stesso ha voluto sottolineare pubblicando in precedenza tre album di cover del canzoniere americano: si ok , sarà anche roba pop ma è al blues che paga pegno il nostro. Ma a noi non frega poi tanto di questo recupero, quanto il fatto che Dylan abbia voluto farci i conti sul ring della memoria, per arrivare poi a questo disco coi guantoni lucidati. Sintetizzando, limando, ma anche gettandosi sull’istantanea, una foto scattata con il magnesio e non col bottone del selfie, che fa molto fumo e l’arrosto è deciso solo in fase di sviluppo pellicola. Nel caso di My own version of you la pellicola è esattamente il mostro di Frankenstein: il nostro eroe anela a costruire un essere umano che senta proprio come lui, in un caleidoscopio di immagini contrastanti con un crescendo di input, verso quello che è e rimane l’affronto decisivo alla natura, cioè far rivivere i cadaveri. Che sia una sottile critica al sistema americano oramai boccheggiante potrebbe essere molto chiaro, anche per il giocare coi luoghi comuni sia lirici che musicali (una sorta di languido slow horror rock quasi Lynchiano).

Le ballate sono fondamentali in questo disco, come dimostra la seguente I’m made up my mind to give myself to you, una grandissima e straziante canzone d’amore che sembra rivolta verso Dio o quello che sia, con un’intensità swing tale che sembra di sentire un Ray Charles perduto in una stanza d’albergo che cade a pezzi, mentre ascolta il suono gonfio delle sue lacrime cadere sul pavimento. Black rider è una canzone sulla morte, che il nostro Dylan sfida senza paura “un giorno ti canterò una canzone” , “hai lavorato troppo…” La morte è viva da troppo tempo e in maniera troppo dura. E Dylan chiede se per favore gli apre la porta perché non ce la fa più, vuole passarle attraverso senza farsi abbracciare, altrimenti gli taglierà un braccio con una spada, letteralmente.

È il Bob che preferiamo, quello che parla ai suoi fantasmi, ti taglia fuori ma nello stesso tempo quello che dice ti tocca perché anche tu sei nelle sue scarpe. Le scarpe rotte del blues slacciato di Goodbye Jimmy Reed, in cui Dylan cerca provocatoriamente una “religione vecchio stile” in cui rifugiarsi in un mondo in cui nessuno crede più a niente, in cui la gente lo vessa per il solo fatto di esistere. Il pezzo chiama in causa il grande bluesman Reed, appunto, in un’America che viene descritta come una terra perduta, una canzone che non si può più cantare perché incomprensibile. Ed ecco perché in Mother of the Muses, in un tripudio folk acustico che sa di acquavite e sole che ti brucia con la sclera degli occhi iniettata di sangue, Dylan invoca l’ispirazione, la capacità di raccontare ancora quello che è accaduto e accadrà, nonostante la situazione che tende a cancellare ogni traccia – più che di storia – di vissuto, che in quanto vissuto è di per se contraddizione.

Crossing the rubicon è un altro blues scalcagnato, quasi residentsiano appunto, in cui Dylan confessa di aver superato il punto di non ritorno, di non avere niente da perdere, suona come una dichiarazione di guerra mista a resa, che lascia in bocca il sapore metallico del sangue e del sudore. E poi l’ennesimo slow, il delizioso pigro e barcollante Key West (philosopher pirate), un ode all’isola omonima in cui l’animo inquieto, “on the road” del protagonista sembra echeggiare appunto l’ era in cui tutto sembrava possibile e la libertà era racchiusa nell’intercettare le stazioni radio tramite canali pirata. Ultimo momento di leggerezza prima della densa Murder most foul, nella quale è sintetizzata la storia delle catene visibili o invisibili che tutti noi teniamo ai piedi; di questo ho già parlato e forse ne hanno parlato troppo, gridando al capolavoro quando non si tratta neanche di una canzone, ma di una riflessione ad alta voce su un mondo che va a puttane non per caso, ma per precisa scelta del potere nel manipolare le masse.

È il testamento di Dylan? No, ma probabilmente è invece il suo primo disco. Forse è arrivata l’ora di ascoltare cronologicamente la sua opera a ritroso, perché le cose non sempre sono quelle che sembrano. E se poi contieni moltitudini, come lui ammette, è ancora più chiaro che scrivere un disco o non scriverlo affatto è la stessa cosa, l’acqua non può essere firmata mentre scorre.

Come Cohen, Dylan si guarda allo specchio e vede il suo scheletro, trasforma questa visione in canzoni, graffiando la sua voce attempata come fosse la strega di Biancaneve pronta ad avvelenare la finta purezza dell’American Dream. Che poi secondo me a Dylan dell’American Dream non gliene fotte un cazzo manco di criticarlo: lancia indizi nella soluzione di un rebus esistenziale invece, che riguarda tutti su questo pianeta. Perché troppi gli sono andati dietro con gli occhi bendati, e – senza rendersene conto – proprio verso “l’assassinio più orrendo”.