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File Under #1: Spirit of Afrika

Cominciando un viaggio, si ha in mente una meta, una destinazione. È l’elemento che determina il muoversi, ma più spesso di quanto vorremmo ammettere sono più interessanti le deviazioni, le strade secondarie, le svolte inattese che prendiamo lungo il percorso. Così che spesso non arriviamo nemmeno vicini a dove pensavamo di dover andare, ma sarà il viaggio stesso ad assumere i connotati dell’accrescimento culturale e personale. Con questo spirito di rabdomanzia personale facciamo questo primo passo, proponendo tre dischi che vengono dal continente dove tutti i viaggi dell’uomo sono cominciati, dischi che l’urgenza di seguire l’attualità ci ha fatto mettere da parte sullo scaffale dove mettiamo di solito le cose di valore che ci godiamo lontani dalla frenesia quotidiana. Buon viaggio.

Youssou N’Dour et le Super Etoile de Dakar, Fatteliku – Live in Athens 1987 (2015)

A ventott’anni (nel 1987), Youssou N’Dour è un fenomeno conosciuto in tutta l’Africa Occidentale, ma ancora uno sconosciuto nel resto del mondo. Vive a Parigi, perché, come molti altri artisti africani di quegli anni sente che il momento per provare a fare il salto definitivo verso un’audience mondiale è arrivato. In Europa c’è tanto interesse per l’Africa: c’è la discussione internazionale sul Sud Africa di un Nelson Mandela ancora in carcere, c’è un disco come Graceland di Paul Simon che fa discutere per la qualità (superba) della musica e per essere stato registrato rompendo l’embargo, c’è il fenomeno pop del Live Aid. Insomma, sembra il momento buono per provarci. Youssou N’Dour si è trasferito a Parigi del 1984 e l’incontro con Peter Gabriel è sicuramente un punto fondamentale della sua carriera.

Il “re di Dakar”, come lo annuncia Gabriel, avrà fortuna (anche grazie a un singolo di enorme successo in compagnia di Neneh Cherry), altri meno, ma questa è un’altra storia. Quello che conta qui è che il live del 1987 ripescato oggi dalla Real World di Peter Gabriel è un punto altissimo della vita artistica di Youssou N’Dour: è semplicemente ebbro di un’energia e di una forza vocale che esce con una facilità disarmante, e la sua band, le Super Etoile de Dakar, è semplicemente perfetta nell’assecondarlo. Da sottolineare il groove di N’Dobine e la capacità di scaldare il pubblico in Nelson Mandela, ma i fan di Gabriel saranno anche gratificati dal duetto che chiude il disco: una versione n’dourizzata di In Your Eyes. Nel 2014, quando Gabriel è stato introdotto nella Rock’n’Roll Hall of Fame ha voluto proprio N’Dour ad accompagnarlo, segno di un’amicizia che non si è sopita durante questi quasi trent’anni e di un rispetto per l’artista che non è mutato. Qui gli ateniesi ne hanno fatto la conoscenza. E oggi possiamo farla (o rifarla) anche noi.

Spirit of Malombo: Malombo Jazz Makers, Jabula and Jazz Afrika 1966 – 1984 (2015)

Da dove cominciare? La vita di Julian Bahula meriterebbe un romanzo, un film e un monumento. A quest’ultimo, pensa a modo suo Strut Records, che mette insieme due CD di registrazioni africane ed europee del musicista sudafricano con le sigle più importanti: Malombo Jazz Makers, Jabula e Julian Bahula’s Jazz Afrika. Nato come percussionista e vocalist nelle township del Sud Africa, Bahula ha iniziato a mescolare la strumentazione classica del jazz con le percussioni e altri strumenti del continente nero, creando – de facto – una fusion ante litteram. Il mix non era privo di connotazioni politiche, in un paese dove l’apartheid era la regola per l’organizzazione sociale.

Nel 1973 lascia il paese con un passaporto falso e trova asilo nel Regno Unito, dove nel 1983 organizzerà il primo concerto per il compleanno di Nelson Mandela, che nel frattempo è diventato un simbolo globale della lotta contro la repressione di un popolo. Nel trattamento della materia jazz, oltre ai messaggi politici che si inseriscono via spoken word di quando in quando, emergono innesti funk, energie tribali che in certa parte ricordano la poliritmia di certo free jazz, tentativi sperimentali più o meno riusciti. Caratteristica invariabile sono un’energia e una freschezza che fanno ritornare alla compilation e invogliano ad approfondire il personaggio.

Balaké Sissoko & Vincent Segal, Musique de nuit (2015)

Tra le pieghe di Balanzando, il terzo brano di questo lavoro a quattro mani, si sentono distintamente i belati di una pecora. Esperimento cageiano? Registrazione curata male? Probabilmente niente di tutto questo, ma un semplice segnale della spontaneità con cui questo disco è stato registrato sul tetto della casa di Sissoko a Bamako, la capitale del Mali. La kora del virtuoso maliano si era già incrociata con il violoncello di Vincent Segal in Chamber Music: titolo semplice, ma che racchiude tutto il senso di una collaborazione tra due mondi musicali apparentemente lontani.

Lo spirito è intimo, rilassato, come in un ritrovo tra amici che hanno deciso di suonare insieme per il proprio divertimento. Il programma è composto da duetti kora-violoncello, a cui occasionalmente si unisce la voce della cantante Babani Koni, in precario equilibrio tra due mondi: quello dell’accademia da cui proviene il francese e quello della musica improvvisata del maliano. In realtà, l’amalgama risulta ancor più riuscito di quanto ci si possa aspettare sulla carta. Segal è bravissimo a sfruttare tutte le possibilità offerte dallo strumento, pizzicando corde, percuotendo la cassa armonica, a volte rischiando quasi uno slap. Da parte sua Sissoko mostra ancora una volta perché la sua kora è famosa in tutto il mondo: fraseggi leggiadri, movimenti rapidissimi, una musicalità che incanta. In un periodo come questo, in cui le civiltà dialogano con la violenza, un piccolo ricordo di come il linguaggio della musica possa unire invece che dividere.

Khalab & Baba, s/t (2015)

Europa e Africa si incontrano anche in questa collaborazione italo-maliana. DJ Khalab è un producer nostrano dedito da un po’ di tempo a beat afrofuturisti, ritmi più o meno spezzati e un retrogusto dubstep e footwork. Baba Sissoko, che da anni passa molto tempo nel nostro paese, è un griot, un musicista (anticamente erano anche erranti) che assomiglia per certi versi alla nostra idea di cantastorie medievale e che è tipico di tutta l’area dell’Africa occidentale (quella francofona, ma non solo). Galeotta fu la collaborazione per un brano, Bognya, realizzato per una campagna di sensibilizzazione sui temi dell’emigrazione nel mediterraneo. Da cosa nasce, evidentemente, cosa, e dopo un 12″ eccoci con un lavoro sulla lunga distanza. I due mondi musicali, apparentemente inconciliabili, provano a dialogare.

Oltre che sui temi, i due si trovano molto bene sul piano della ritmica, sfruttando il senso della battuta del producer per canzoni cantate da un musicista, Baba Sissoko, che è un noto virtuoso del tamani, la percussione tipica della regione africana da cui proviene. Ne esce un affascinante miscuglio di sonorità del giro Clap! Clap! e Populous (côté di cui Khalab fa parte) e il canto blueseggiante e fortemente evocativo dell’africano. Toni scuri e densi che al loro meglio ricordano anche quel capolavoro che è Shaking the Habitual dei Knife, mentre in alcuni passaggi si ha la sensazione che le due strade musicali si intreccino troppo poco. Speriamo che non si tratti solamente di un episodio isolato.

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