File Under #2: Folk As Roots For Today and Tomorrow

Rivoli sotterranei che talvolta tornano in superficie e divengono fiumi impetuosi, com’è successo alla musica dell’Africa francofona di Youssou N’Dour che abbiamo raccontato nella tappa precedente di questa rubrica, ma anche marginalità, lateralità, lande di confine che esercitano il proprio fascino, la propria gravitazione culturale dall’ombra, arrivando a farsi inondare di sole raramente, magari solamente di luce riflessa. Sono le storie di musicisti di grandissimo valore che faticano a trovare spazio perché difficilmente inquadrabili, etichettabili: è il motivo per cui abbiamo cominciato questo viaggio. Dall’Africa, ora passiamo per due altri continenti, partendo da vicino a casa, dai Paesi Baschi, e arrivando in Armenia. Musiche di due popoli, quello basco e quello armeno, con una storia di difficile affermazione della propria identità, ma che ci ricordano come la musica possa essere un veicolo per superare confini geografici e temporali.

Euskal BarrokesnsembleEuskal Antiqua

Del lavoro di recupero delle tradizioni musicali antiche, tanto della Spagna quanto di altri luoghi affacciati sul Mediterraneo, abbiamo parlato altre volte. Ma della figura di Jordi Savall bisognerebbe parlare e scrivere, oltre che ascoltare, di più. L’occasione, questa volta, è la prima pubblicazione della sua Alia Vox in cui non compaia nessuno della sua famiglia. È una novità per il catalogo, che conta oramai più di cento titoli (a proposito: libretti semplicemente splendidi), ed è dovuta alla necessità di far conoscere a un pubblico il più vasto possibile il lavoro di questo gruppo basco che cerca di racchiudere in un CD l’eredità della terra di “coloro che parlano il Basco”.

Nel libretto introduttivo, Enrike Solinis, il leader dell’ensemble e virtuoso della chitarra classica, ripercorre velocemente il senso di un repertorio, quello qui raccolto, che è stato dimenticato per secoli. Si tratta di canti popolari e sacri del Medioevo e del periodo Barocco che mostrano la profondità di una cultura che ha progressivamente perso di visibilità, ma non per questo è meno interessante o ricca. Basti pensare che dalle terre basche, per secoli, sono passati tutti i pellegrini d’Europa centrale diretti a Santiago de Compostela: occasione per mescolare modi, danze, inni, canzoni, musiche.

Il disco trasporta l’ascoltatore tanto nelle feste e danze popolari, quanto negli episodi più sanguinosi della storia basca, come la battaglia di Urrejola, Ma anche negli episodi dell’emigrazione basca, nelle devozioni popolari, e ci fa assaggiare anche il bertsolarismo, l’arte di improvvisare in versi ancora viva. L’ensemble segue il leader con un passo sicuro, adagiandosi spesso sulle splendide voci femminili di MaikaEtxekopar e Leire Berasaluze, sulle sicurezze ritmiche di David Chupete, e compone una delle vette del catalogo recente dell’etichetta di Savall. Nella visione utopica promossa da Alia Vox, l’unità dei popoli e la pace può essere ricercata attraverso la musica: ascoltate canti in basco che ricordano il sardo e il catalano, musiche che non sembrano così distanti dalla Francia o dall’Inghilterra di quegli stessi periodi, e non darete torto al vecchio spagnolo.

 Gurdjieff Ensemble con Levon Eskenian, Komitas

Un secolo fa, l’Armenia non esisteva. Un popolo, un territorio e una cultura erano assoggettati a un Impero, quello Ottomano, oramai arrivato al capolinea della propria storia. Ma prima che la Turchia provasse la strada dell’affermazione nazionale, proprio tra il 1915 e il 1916, i Giovani Turchi di Mehmed Pascià, movimento carbonaro ispirato alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, cercarono di destabilizzare la Sublime Porta e portare il territorio turco dentro alla contemporaneità. Nel processo ci rimisero gli armeni, perseguitati e massacrati perché potenziali alleati dei russi. Una pagina nera della storia del vicino Oriente che è passata per romanzi e film di successo, ma che è ancora una ferita aperta e un argomento molto “sensibile” a Istanbul e ad Ankara, oltre che un’ispirazione per i musicisti (vedi Roberto Paci Dalò e il suo 1915 The Armenian Fiels).

In quegli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento è vissuto anche Soghomon Soghomonian (1869 – 1935), monaco della chiesa ortodossa armena, noto anche come Komitas (il suo nome da ordinato) Vardapet (“archimandrita”), un uomo colto e appassionato della musica del suo popolo. Studia la musica medievale armena e il khaz, il sistema notazionale tradizionale derivato da quello gregoriano. Mentre il suo popolo soffre le persecuzioni e le incertezze di un cambiamento epocale, Komitas si preoccupa di conservare la cultura musicale variegatissima e vastissima della gente, a partire da quelle danze che ritiene essere una delle massime espressioni dello spirito di una cultura. Già in vita, gira l’Europa con le sue trascrizioni per pianoforte della tradizione sacra e folclorica.

Il bello di essere Manfred Eicher, il patron di ECM, è che puoi incidere e produrre quello che vuoi. Così, dopo aver registrato un disco di musiche di Gurdjieff con l’ensemble che dal musicista armeno prende il nome, il Nostro torna a chiedere una registrazione delle trascrizioni di Komitas. Ma il lavoro è più complesso, perché al direttore Levon Eskenian viene chiesto un arrangiamento per un gruppo più ampio, che comprende una vasta gamma di strumenti tradizionali armeni: pogh (un flauto), zurna, duduk e pku (strumenti ad ancia), tmbuk (specie di contrabbasso che si suona con bacchette di legno), dhol (altro contrabbasso), santur (un dulcimer che si suona con dei martelletti), tar (uno strumento a corda da suonare con il plettro) e molti altri. Oltre a Seven Dances, una delle trascrizioni più importanti di Komitas, completano il programma musiche raccolte dal monaco nei suoi viaggi nei territori armeni. C’è solo da chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalle note in un mondo altro, ma così vicino all’Europa.

14 Gennaio 2016
14 Gennaio 2016
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