Gimme some inches

Gimme Some Inches #49

Riavvolto il nastro utilizzando una penna bic – questa la capiscono solo gli ultratrentenni – ci accingiamo a partire col nostro solito campionamento nelle lande dei formati minori. Cominciamo proprio dai tapes su cui Old Bycicle ha costruito una solida fama. L’ennesimo volume della Tape Crash series, il numero 8 ad esser precisi, vede un doppio scontro: da un lato Mattia Coletti col suo folk sporcato e screziato di polvere (warning: double senses here) rumoristica e da pulviscolo elettronico-ambientale, si accoppia con Simon Skjodt Jensen a.k.a. Own Road in una lunga traccia (Flower Names) ipnotica e sonnolenta in cui la voce del danese è l’ideale contraltare delle atmosfere folkish create dalle due chitarre, così come la lunga sezione “ambiental-rumorista” rammenta l’eterodossia Colettiana al meglio; dall’altra parte risponde Powerdove (al secolo, Annie Lewandowski) che si unisce a Thomas Bonvalet (L’Ocelle Mare) e a John Dieterich dei Deerhoof, ma rimane sulla stessa lunghezza d’onda di un folk “sporcato” – l’ottima opener When You’re Near – offrendone poi, nelle restanti due tracce registrate live, una visione più spartana e pulita: in punta di plettro e condita da voce celestiale e pura.

mydearkiller_bobcorn

L’altra tape, invece, è tutta nostra ed è realizzata in combutta con Under My Bed e Grey Sparkle. Protagonisti due grossi calibri del “folk” nostrano, My Dear Killer e Bob Corn, che avevano unito le forze per un tour casalingo congiunto di cui questo nastro è l’estrapolazione. Se conoscete i soggetti, avrete già idea di cosa troverete: due bardi barbuti e solitari che si muovono sul crinale del folk più puro. Più malinconico e umorale quello offerto da My Dear Killer e sulla falsariga dello splendido disco su Boring Machines; più viscerale e sanguigno quello di Tizio, con quel piedino che batte il tempo e richiama all’attenzione per gemme di puro cantautorato senza fronzoli. Edizione come al solito ipercurata e avvolta in un cartoncino riciclato.

Pueblo-People

Su altre distanze e medium si muovono i Pueblo People, trio misto che annovera due ex Vulturum (Lorenzo e Claudio) più Claudia delle Agatha alla batteria. Dimenticate le lande toccate in passato dalle rispettive band, perché qui si va di distorsione spazio-temporale e si è gettati di netto verso i sixties più psichedelici e desertificati che possiate immaginare: lunghe trame di chitarra inacidita a tirar dentro Replacements e 13th Floor Elevator, Uncle Tupelo e zio Neil, ma incancrenite su un canto del caos e della morte che è sì, innervato di fuzz e, immaginiamo, droghe più o meno leggere – tornano su molte suggestioni da summer of love andata a male, ma forse è solo un’allucinazione – ma mantiene sempre viva la grande tradizione dell’Americana. Anche se proviene dalla periferia della provincia dell’impero. Sentieri Di Guerra, nomen omen, esce in vinile 12” per Solo, già noto negozio di dischi di Milano.

A 45 giri viaggia invece l’infame split tra i grinders Neid e gli eroi del mince-core Agathocles. Tre tracce per i primi, più “chirurgici” e dall’impatto devastante, figlio del retaggio metal e hardcore, che sono tre schizzi in faccia di malessere e disagio cantato in italiano; quattro tracce invece per i colleghi dal Belgio, che si propongono al solito con un sound più sporco e maleodorante, in cui la registrazione è un optional e odio e violenza l’unica preoccupazione. Vedi alla voce lyrics per una band che ha fatto dell’intransigenza il marchio di fabbrica.

Piccola parentesi immateriale e di decompressione con l’ultima “release” made in Laverna, netlabel d’ambito ambient che ci offre l’ottimo album di Rooms Delayed, al secolo Vincenzo Nazzaro, Flickering Traces. In partenza quello di Rooms Delayed è un endless-manipulated sound che “rivive” lontane suggestioni, rimodulandole in flutti sonori sospesi e sognanti che fanno di questa loro “intangibilità” il punto di forza. Abbandonatevi al flusso e non opponete resistenza.

Chiudiamo la puntata di questo mese con due 10 pollici, formato tanto discograficamente bistratto quanto intrigante esteticamente. Il primo Nas Fragas do Río Eum vede il ritorno degli spagnoli (ora di stanza in Germania) Sangre De Muerdago dopo il recente LP split con gli americani Novemthree. Due brani, incisi solo sulla primi facciata, provenienti dalle stesse recording session del secondo full-length Deixademe Morrer no Bosque, che vi consigliamo caldamente qualora ve lo siate persi. Per chi ha già nelle orecchie il folk evocativo del gruppo capitanato da Pablo C. (ex Cop On Fire, Ekkaia e Leadershit) c’è poco da aggiungere; per chi invece è nuovo alle sonorità del quartetto in questione, basterà dire che anche qui ritroviamo la formula, personale e vincente, che ha caratterizzato le recenti uscite dei Sangre: cristalline chitarre acustiche, cantato in lingua madre, timpani solenni, malinconia a profusione. Una sorta di Ur-Folk in chiave gallega a metà strada tra gli Ulver di Kveldssanger e i gruppi acustici del giro Ahnstern / Steinklang. Nello specifico, l’edizione in 10 pollici one-sided, su vinile color mattone con lato B serigrafato, inserto e copertina su cartoncino ruvido color avana, impreziosiscono un’uscita che dal punto di vista prettamente musicale non si rende indispensabile, se non per i fan più die-hard.

L’ultimo 10 pollici è il nuovo dei britannici The KVB. Abbondantemente incensati online, il duo londinese si è fatto conoscere grazie ad un efficace mix di cold-wave e shoe-gaze piuttosto formale e fedele alla linea che, nonostante la mancanza di una forte personalità, sembra attirare i fan di un revival che non accenna a voler cedere il passo. Per questo Out Of Body, Nicholas Wood e Kat Day sono entrati per la prima volta in uno vero studio di registrazione in compagnia di Joe Dilworth degli Stereolab e da quel che abbiamo potuto sentire finora (l’EP esce il 2 giungo) il risultato è un sound sì più professionale, ma anche più morbido e accomodante. Date un ascolto ad Across The Sea, l’unica traccia disponibile online al momento, e vi accorgerete di come ancora una volta siano gli 80s più pop ad essere saccheggiati senza particolare ritegno o inventiva. Non ce ne vogliano i seguaci del gruppo (e della new-wave in genere) ma c’era davvero bisogno di un ulteriore rip-off di Cure, Slow Dive o Jesus And Mary Chain?

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