Nessun danno, nessun fallo – “Black Mirror” – 5×01

In The National Anthem, il Primo Ministro inglese finiva per compiere un atto sessuale con un maiale in diretta nazionale, in White Bear lo spettatore veniva catapultato nell’incubo di una donna costretta a un martirio barbaro, salvo poi ricredersi (in parte) grazie al magnifico colpo di scena conclusivo (molto shyamalaniano), in Nosedive si abbracciava per la prima volta un finale buonista che quasi snaturava il senso della denuncia verso il mondo dei social network e dei suoi influencer fino a quel momento portata avanti. Il cambio di prospettiva dopo il passaggio da Channel 4 a Netflix è sotto gli occhi di tutti ed è inutile negarlo, ma in questa sede non troverete degli spergiuri in merito, non siamo qui per dire che “era meglio quando si stava peggio” o quando, invero, erano proprio i personaggi di Black Mirror a stare peggio. Peggio di noi spettatori, peggio di un mondo che già all’inizio di questo decennio mostrava ampi segnali di squilibrio e disfunzionalità tali da rendere necessaria qualsiasi misura di sicurezza per correre immediatamente ai ripari. Non siamo qui per dire che la serie concepita e scritta da Charlie Brooker abbia esaurito la propria funzione o smarrito la capacità unica e indistinguibile di leggere il presente per raccontare un futuro tanto incredibile quanto verosimile.

Siamo qui, invece, per analizzare semmai quanto la volontà dichiarata dello stesso Brooker di concepire delle storie contraddistinte da uno spirito molto più ottimista abbia intaccato quello spirito per cui chiunque avrebbe tremato all’idea di cominciare un nuovo episodio della serie, intimorito dalla possibilità di ritrovarsi in uno stato di profondo smarrimento o anche solo di sincera esaltazione e trasporto emotivo (come nel caso di San Junipero). Striking Vipers, che segna l’esordio di questa quinta stagione, vede protagonisti Theo e Karl, due vecchi compagni di college che undici anni dopo le loro scorribande si ritrovano uno immerso nella propria routine famigliare/lavorativa quotidiana da middle-class americana, e l’altro – che non ha rinunciato ai piaceri della vita da scapolo – a gestire un’etichetta senza particolare passione (o almeno lo deduciamo dall’assenza di maggiori dettagli). L’occasione per riallacciare quel rapporto intimo e complice di un tempo si ripresenta sotto forma di gioco interattivo, la versione X di quello Striking Vipers con cui si divertivano a trascorrere le notti alcoliche dopo una serata in discoteca a rimorchiare belle ragazze. Se non che, i due finiscono per avere rapporti sessuali al suo interno, invece di picchiarsi duro.

Una premessa sicuramente esplosiva (anche se non proprio originale, ma lo si potrebbe dire di qualsiasi altro episodio) che purtroppo si risolve in un gigantesco buco nell’acqua in termini di riflessione e stratificazione dei temi messi in campo e su cui si vorrebbe argomentare un minimo. La relazione appena nata in realtà virtuale tra i due è fin dalle prime battute tacciata di non essere propriamente gay, quasi a volersi scusare a tutti i costi con il pubblico straight che si accingerà a guardare l’episodio, e non in termini di difficoltà a riassumere i contorni di uno degli argomenti oggi più rilevanti in termini di discussione politica e sociale: il gender. Giustamente sono contorni/restrizioni che non dovrebbero nemmeno esistere, in quanto il suggerimento secondo il quale la sfera della sessualità sia decisamente più complicata delle normali categorizzazione cui è soggetto è chiaro (uno dei due adotta un avatar donna), ma assume qui dei tratti ambiguamente conservatori, per non dire reazionari.

A non aiutare è poi la recitazione di Anthony Mackie, protagonista inadeguato ad elaborare il flusso di emozioni a cui il personaggio è sottoposto puntualmente, a differenza della co-star Yahya Abdul-Mateen II sul cui volto è ben più palpabile l’attaccamento al personaggio. Ne si potrebbe dedurre che l’ambiguità di Mackie, e quindi di Theo, sia un elemento ricercato nell’episodio, di conseguenza la ritrosia nell’accettare questa sorta di riscoperta del proprio io (eccetto che nel finale un po’ posticcio) fa il paio con la tendenza dell’episodio stesso – firmato tra l’altro dall’Owen Harris di San Junipero e Be Right Back – a prendersi pochissimi rischi, quasi nessuno, come se avesse inconsciamente una paura paralizzante di poter scontentare questo o quello spettatore, finendo inevitabilmente per scontentarli tutti.

9 Giugno 2019
9 Giugno 2019
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