Quale Battisti?

La notizia che Lucio Battisti sia stato molto ascoltato su Spotify fa piacere, anche se – diciamolo – non sorprende affatto. La notizia vera è un’altra, cioè che gli oltre venti milioni di ascolti in due mesi sono stati effettuati in gran parte da giovani: in particolare, il 62% sarebbero under 35; meglio ancora, il 25% appartenenti alla fascia dai 18 ai 24 anni. Seguono altri dati relativi alle città (Milano la più battistiana, seguita da Roma e Napoli) nonché ovviamente la classifica delle tracce più cliccate (su tutte Il mio canto libero – un milione e mezzo di ascolti – seguita da Mi ritorni in mente, 29 settembre e La canzone del sole, anch’esse sopra il milione).

Il bello di questa notizia contiene, per così dire, il suo lato spiacevole, ovvero la conferma che i music provider – a partire da Spotify – confidano nella possibilità di raccogliere dati sulle abitudini di ascolto dei propri utenti, grazie ai quali modulare incessantemente la propria offerta. È noto che la capacità di monitorare le nostre abitudini di ascolto va ben oltre quanto espresso in questo comunicato – dai toni moderatamente trionfali – preparato ad uso e consumo dei media. Sappiamo che i music provider possono individuare e catalogare gli skip, i passaggi tra gli album, la distribuzione degli ascolti per ceto, professione, residenza, genere, età, simpatie calcistiche, eccetera. E, siccome possono farlo, lo fanno.

Prima di continuare, ribadisco: non sono affatto ostile allo streaming, anzi. Come ho già scritto in precedenza, posso dirmi un utente soddisfatto – non di Spotify, ma di un music provider sostanzialmente analogo – con sporadiche tendenze all’entusiasmo, ma questa positività non può prescindere dal mio background “analogico”, grazie al quale riesco a mantenere un approccio attivo nei confronti del mio music provider. In pratica, i suggerimenti di ascolto e le varie playlist mi lasciano del tutto indifferente, tanto evidente è l’utenza “dummies” – in termini di orientamenti musicali – che presuppongono.

Capisco che possa sembrare un’affermazione snobistica, ma non lo è: anche solo un livello minimo di conoscenza riguardo alle vicende del pop e del rock è infatti sufficiente a farti reagire con sconcerto – nei casi estremi con sbigottimento – quando certe playlist mescolano nello stesso calderone, ad esempio, i Kinks di Waterloo Sunset e l’Eric Clapton di I Shot The Sheriff. Tolto di mezzo l’utente che il mio music provider vorrebbe che fossi, resta in gioco l’ascoltatore che sono. Il quale, con un catalogo tanto ricco – facciamo pure sterminato – di brani (di album) a disposizione, non può che essere felice come una rondine di fronte a uno sciame di moscerini.

Dello streaming mi piacciono molto anzi moltissimo le possibilità che offre, proprio come mi preoccupano le implicazioni meno evidenti. Vale a dire: il feedback costante sulle nostre abitudini di ascolto, il serbatoio di dati che viene così alimentato e l’utilizzo sempre più sottile e profondo che ne viene fatto, con conseguenze già sensibili sul “prodotto”, ovvero la musica stessa.

Nel suddetto comunicato relativo ai primi due mesi di Lucio Battisti su Spotify, questa capacità di raccogliere dati e utilizzarli algoritmicamente è solo accennata – si limita alla sua manifestazione friendly, diciamo – ma chiarissima e a ben vedere inquietante. Ad esempio, il “greatest hits” che ne risulta viene preso a modello per farne l’ariete (vale a dire: i “suggerimenti di ascolto”) che dovrebbe consentire al repertorio di Battisti – definito come “il David Bowie italiano”, ed evitiamo ogni commento – di sfondare nel mondo, ovvero sulle piattaforme dei music provider di tutto il globo. Osservando questo “greatest hits”, ovvero le prime dieci posizioni dei brani battistiani per numero di ascolti¹, ne esce sì un profilo di indubbia qualità – Battisti era enorme anche nelle sue manifestazioni più pop – ma decisamente nazionalpopolare, assolutamente privo della profondità e della libertà creativa dimostrata in album come Anima latina o La batteria, il contrabbasso, eccetera.

È persino banale sottolineare come il concetto stesso di album in questo caso venga sistematicamente marginalizzato, più esattamente come non sia contemplato tra i parametri per la “profilazione” dell’artista Battisti (vale per ogni artista, più o meno). Ed è un peccato, perché malgrado la formidabile capacità di azzeccare singoli in grado di lasciare il segno sull’immaginario, è nella dimensione dell’album che Battisti ha saputo definire un procedere, una profondità, un percorso articolato (e ineguagliato) attraverso i cambiamenti culturali e di costume della società italiana tra Sessanta e Novanta (ricordiamo che l’abbacinante implosione con Panella degli “album bianchi” non è ancora stata resa disponibile in streaming).

La sensazione è che la sua musica, pur essendo sempre stata un prodotto (un ottimo prodotto, aggiungerei), non è mai stata così tanto solo un prodotto. Un prodotto di grande valore, certo (anche le canzoni più accattivanti di Battisti conservano una qualità di base che annichilisce la gran parte dei prodotti pop contemporanei), però normalizzato, parzialmente disinnescato, tanto più neutralizzato quanto più sradicato, promosso e veicolato per le sue “parti utili”, ovvero per la sua capacità di carburare il motore del music provider di turno.

Che Lucio Battisti sia molto ascoltato dai più giovani resta una buona notizia. Ma forse dovremmo chiederci quale Lucio Battisti stiano ascoltando davvero.

 

¹ le prime dieci canzoni di Lucio Battisti per numero di ascolti su Spotify:

1. Il mio canto libero
2. Mi ritorni in mente
3. La canzone del sole
4. Un’avventura
5. I giardini di marzo
6. 29 settembre
7. Acqua azzurra, acqua chiara
8. Con il nastro rosa
9. E penso a te
10. La collina dei ciliegi

14 Novembre 2019
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