The Deuce, commento all’episodio pilota
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Davide Cantire
- 18 Settembre 2017
[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]
Scrittore, giornalista, sceneggiatore e produttore televisivo. Chi segue David Simon sa benissimo in cosa va a imbattersi se decide di seguire un suo show. Di diritto nel novero di quegli autori che hanno contribuito a cambiare radicalmente il rapporto del piccolo schermo con la serialità di stampo drammatico – basti pensare all’enorme influenza esercitata da una serie come The Wire – Simon ha cambiato definitivamente il volto della HBO (a pari merito con The Sopranos), lanciando l’emittente via cavo americana nel firmamento dei migliori network in attività, ben prima degli affondi di Six Feet Under (altro gioiello), Deadwood, Boardwalk Empire e Game of Thrones.
A due anni dal successo della miniserie Show Me a Hero – valsa il Golden Globe a Oscar Isaac – il Nostro irrompe nuovamente nella programmazione settimanale della HBO con uno show carico di ambizioni che può vantare un cast di primo livello (James Franco in versione doppia, Maggie Gyllenhaal, Zoe Kazan). Le basi – come sempre nell’ottimo lavoro di drammaturgo di Simon – sono costituite dalla cornice, che qui corrisponde alla New York del 1971 – in particolare al tratto che va dalla 42th Street a Times Square, detto appunto The Deuce – dove sguazzano i protettori, le loro prostitute e la criminalità organizzata.

Al centro della vicenda che si dipana lentamente sotto i nostri occhi – scandita dalla magnifica fotografia di Pepe Avila del Pino – troviamo Vincent Martino (Franco), un uomo sostanzialmente buono, come voleva esserlo il precedente protagonista di Simon, Nick Wasicsko, oppure – rimanendo nel ruolino di Isaacs – l’Abel Morales di A Most Violent Year (da noi uscito col titolo 1981: Indagine a New York); Martino cerca insistentemente di sbarcare il lunario, circondato com’è da collaboratori poco inclini al lavoro e al senso degli affari, a ritmi insostenibili presso i due bar della città che gestisce e alle prese con una suocera alcolizzata, una moglie fedifraga e due figli da mantenere. Il punto di rottura è dietro l’angolo e arriva puntualmente all’ennesimo affronto della moglie, la quale si dirige in una sala giochi e flirta con il primo uomo che la invita a giocare. Come se non bastasse, alle porte di Vincent si presenta anche la mafia locale, frustrata dai continui ritardi di pagamento del fratello, Frankie (personaggio di chiara ispirazione scorsesiana, ricordate il Johnny Boy di Mean Streets?).
In questo scenario si inseriscono le vicende dei tre protettori di cui si accennava all’inizio, tutti e tre amici, ma rivali in affari e sempre attenti ad accaparrarsi le donne più ingenue e attraenti che il mercato della provincia americana ha da offrire. Il solo monologo iniziale che in maniera sottile, ma molto intelligente – soprattutto perché siamo davanti a due papponi – paragona la politica estera di Richard Nixon al loro mestiere detta già il mood principale della serie, che oscilla costantemente tra ricostruzione storica impeccabile, imprescindibile sarcasmo e un senso del divertimento che solo una città come New York è in grado di trasmettere.

L’elemento della violenza, che permea in maniera subdola le vicende di ogni personaggio in scena – e che viene esplicitato solo nel climax finale – farà sicuramente capolino nel corso dei successivi episodi, mentre questo episodio pilota (splendidamente diretto da Michelle MacLaren) ne suggerisce l’incombere minaccioso quasi a ogni angolo del Deuce. La regia si dilata, assume il passo sinuoso dei passanti (l’entrata in scena di Frankie Martino è esemplare) e regala alle figure femminili momenti entusiasmanti e altri molto più profondi di quanto non parrebbe a una prima visione. Non è un caso che a rubare la scena (a ben due James Franco) sia Candy – una Maggie Gyllenhaal da applausi – la prostituta che lavora in proprio e per questo corteggiata da tutti i protettori della città; l’attrice, newyorkese DOC, tratteggia un personaggio profondamente umano, che cerca di mantenere un figlio lontano e una madre in difficoltà con l’affitto, ma è anche una figura femminile di riferimento per chiunque la conosca, nonostante sappia benissimo che la professione che esercita non la condurrà verso un futuro roseo di speranze.
Il suo dialogo all’interno della stanza di un motel sull’etica lavorativa pone il sigillo definitivo sull’incipit di una serie che ci accompagnerà per le prossime sette settimane, nella speranza che Simon e il co-autore George Pelecanos abbiano imparato la lezione dal fallimento di Vinyl – anch’essa dotata di ambizioni enormi purtroppo andate in fumo per il rinnovo di fiducia mancato da parte di spettatori e, dunque, di emittente. The Deuce è sulla strada giusta per costituire un ulteriore e privilegiato affresco storico post-moderno sulla città più grande del mondo.

