Twin Peaks: The Return, commento alla parte 5
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Davide Cantire
- 7 Giugno 2017
[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]
“Albert, I hate to admit this, but I don’t understand this situation at all”. Con questa frase posta al termine della Part 4, David Lynch in qualche modo tendeva la mano verso lo spettatore, rassicurandolo, visto che gli eventi finora mostrati dalla serie appaiono tutt’altro che logici o chiari. D’altra parte, e la Part 5 lo esplicita ancora di più, il regista ribadisce come la logica non sia di casa a Twin Peaks (né nelle altre località in cui vediamo ambientati gli eventi) e che il motore principale dell’intera operazione è da ricercare nell’atmosfera stessa della serie. Non è un caso che questo episodio faccia subito riferimento a un veicolo (“I just drove by. His car’s still there”), nello specifico la vettura di Dougie Jones, il terzo doppelgänger dell’Agente Cooper, quotidianamente sorvegliato da dei presunti killer a pagamento; a veicoli e corse Twin Peaks ha sempre fatto esplicito riferimento: basti pensare al messaggio di BOB a Leland Palmer, poco prima della morte di quest’ultimo (“Leland, you’ve been a good vehicle, I’ve enjoyed the ride”), ma possiamo trovare esempi di questo genere anche nel revival (quel “there’s something bad in this vehicle” proferito dall’agente di pattuglia verso il mezzo incidentato di Mr. C ha una doppia valenza, tanto sconcertante quanto inconscia), il ché lascia intuire come tutte le linee narrative che via via si diramano nei nuovi episodi non siano altro che un contorno (necessario, certo) all’impalcatura fatta di sensazioni e suggestioni garantita dalle immagini e dai dialoghi spesso ermetici.

Dopo un incipit che nella sua messa in scena deve molto a una serie come Breaking Bad, ci ritroviamo catapultati nel mondo di Dougie Jones alias il nostro smemorato e stralunato Agente Cooper, di cui vediamo riemergere alcune delle caratteristiche comportamentali che tanto avevamo amato nel suo personaggio: lo strabiliante ragionamento deduttivo che ne contraddistingueva la professionalità fa capolino improvvisamente al termine del resoconto di un collega, chiaramente truffaldino (e interpretato da Tom Sizemore), così come un sussulto avviene alla pronuncia del nome “agente”. Immancabile, poi, il tocco più sentimentalista della vicenda, con quella lacrima che lentamente scende sul volto del protagonista alla vista dell’innocenza del figlioletto, condannato a vivere in un mondo ormai impuro e corrotto all’inverosimile (scena che fa il paio con quella piena di nostalgia di uno sconvolto Bobby Briggs, nella puntata precedente).

Al termine del segmento, vediamo manifestarsi per la prima volta due losche figure (interpretate da Jim Belushi e Robert Knepper): sono i proprietari del casinò “prosciugato” da Cooper, i quali cacciano con violenza il responsabile, perché sospettato di complicità. Ancora una volta, a stupire è la messa in scena, dotata di pochissimi elementi, ma tutti perfettamente riconoscibili, e di un raro equilibrio tra surreale e angosciante (il pestaggio ai danni dello sventurato e le tre soubrette in rosa appoggiare alla parete): ovviamente non sappiamo con certezza se tutto quello che vediamo avrà dei risvolti narrativi o se lo scopo di queste scene è semplicemente ornamentale, ma fatto è che funziona terribilmente.

Subito dopo aver visto il nuovo Sceriffo Truman alle prese con una crisi coniugale (nel classico stile Twin Peaks), veniamo a conoscenza di Becky Barnett, figlia di Shelley Johnson (chi sia il padre, al momento non è dato saperlo, ma non sembra fondamentale). Indubbiamente ci troviamo di fronte a una delle scelte di casting più felici di questo ritorno, dato che il volto sorridente di Amanda Seyfried non può non riportare immediatamente alla memoria quello fissato in una fotografia di Laura Palmer; proprio come il personaggio di Sheryl Lee, Becky sembra ripetere gli stessi errori di gioventù, che sono poi anche quelli della madre: sposata a un buono a nulla e vittima dell’abuso di droghe, sembra essere a conoscenza di qualcosa al di fuori della realtà – come dimostra la splendida sequenza in cui la vediamo inquadrata dall’alto con in sottofondo I Love How You Love Me delle Paris Sisters. Come è al di fuori della realtà (quella logicità cui si faceva riferimento prima) quanto avviene nella sequenza della telefonata di Mr. C. “The cow jumped over the moon” è il suo messaggio verso uno sconosciuto interlocutore, in una scena che richiama in maniera più che esplicita la prima apparizione di Phillip Jeffries in Fuoco cammina con me (che stia parlando proprio con l’Agente impersonato da David Bowie?).

Poco prima che l’episodio si concluda con un Cooper ancora alla ricerca della propria identità nel mondo reale – dilaniato da quei 25 anni nella Loggia Nera – facciamo la conoscenza di un altro membro della famiglia Horne, Richard, circondato dalle note sferzanti di Snake Eyes (degli ottimi Trouble) – con quel sassofonista che fa molto Fred di Strade perdute; in questa scena vediamo palesarsi ancora una volta, declinata in varie forme, la perenne lotta tra bene e male, tra innocenza e corruzione: il fascino della tentazione è una forza inarrestabile. Nelle battute precedenti avevamo rivisto i volti di Norma, Nadine e Mike, e assistito alla grottesca spiegazione delle pale dorate del Dr. Jacoby. Insomma, questa Part 5 si rivela fondamentale e aggiunge un altro tassello all’identità di questo revival (che poi revival non è affatto), in cui nulla può essere dato per scontato, nemmeno la morte (come dimostrano la sconvolgente “ricomparsa” di BOB, i continui riferimenti al Maggiore Briggs o a Phillip Jeffries).
“You’re still with me. That’s good”.

