Westworld, commento all’episodio 2×02 (“Reunion”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

La frammentazione è la caratteristica principale di questo secondo episodio diretto da Vincenzo Natali, presente in cabina di regia già nella prima stagione. Durante il corso di tutta la puntata, passato e presente si intrecciano grazie ad un semplice montaggio alternato, rivelando retroscena e dettagli nascosti per capire quale sia l’origine finanziaria di Westworld e quale possa essere il piano d’azione della ribellione capitanata da una sempre più spietata Dolores, il cui carattere ha ormai perso la dolcezza della “figlia del mandriano” a favore di un sentimento che va ben oltre la brutalità del “tenebroso Wyatt” (l’ultimo personaggio originale pensato dal creatore Robert Ford). Lei che continua ad essere l’indiscussa protagonista della serie, il filo d’Arianna da seguire per orientarsi nei meandri del labirinto d’intenzioni e di progetti che ha portato alla costruzione del parco e che, presumibilmente, sarà anche la causa del suo tragico collasso.

«Have you ever seen anything so full of splendor?». Jonathan Nolan e Lisa Joy continuano l’indagine delle primissime conversazioni tra Dolores e Arnold (non c’è più alcun dubbio sulla sua identità, nemmeno sulla possibilità che possa essere il suo simulacro) sui temi del sogno e della bellezza, del ricordo e della coscienza, della programmazione e dell’improvvisazione, facendoci capire un passo alla volta come mai quella prima macchina “così perfetta” abbia un posto privilegiato nel cuore del suo creatore visionario. Uno spazio molto simile a quello occupato dal figlio malato Charlie («Tu e Charlie avete qualcosa in comune, vedete chiaramente la bellezza»), tanto da venire a crearsi un reale rapporto tra padre e figlia fatto di premure, promesse e insegnamenti necessari per sbloccare quel percorso di “presa di coscienza” che abbiamo visto nelle ultime due puntate della stagione precedente.

Mentre Ford (un’ombra parlante e sfocata del passato) rimane immobile sull’idea di non rimandare l’apertura del parco, i primi finanziatori del progetto si convincono in senso contrario, alimentati dalla determinazione del giovane William appena ritornato dalla sua prima esperienza con la brutalità del west. Per la prima volta si vede il fondatore dell’azienda Delos, ossia il principale azionista del parco e padre del superficiale Logan (la new entry è interpretata da Peter Mullan) che lo ha sempre inquadrato come un retrogrado attaccato ai «cattivi investimenti»: un altro rapporto tra padre e figlio, questa volta deteriorato dalle azioni sconsiderate del secondo e dall’astuzia del cognato (William), la cui freddezza ci ricorda sempre di più la sua versione definitiva (l’Uomo in Nero). «Per me sei solo una cosa» dice William a Dolores quando la rivede in un incontro privato e in questa sentenza troviamo tutto il dolore e la rabbia di un personaggio destinato ad essere la nemesi della creatura prediletta di Arnold.

Non potendo ancora stabilire se la sequenza che nella scorsa puntata ha coinvolto Bernard e l’esercito della Delos rimarrà solamente un astuto flashfoward, considereremo presente la linea narrativa riguardante la fase primordiale della ribellione degli host. Come in una mortale scacchiera, da una parte abbiamo l’Uomo in Nero, divertito per le nuove regole del gioco (progettato appositamente per lui) e intenzionato a sopravvivere con l’arruolamento di un esercito di macchine non ancora mutate (il tutto con l’aiuto del buon vecchio Lawrence), dall’altra Dolores che schiavizza un addetto macellaio del parco per far rivivere e assoggettare tutti quei robot che pensa possano servirle alla causa; la sua ira sembra implacabile, istigata dall’idea che non possa più esserci stupore e compassione in un mondo «lontano da Dio» che, sebbene non abbia mai giudicato i suoi visitatori/peccatori, non rende liberi i suoi abitanti primari di essere sé stessi («Prima vedevo la bellezza di questo mondo, ora vedo la verità»).

Ma c’è anche una diversa accezione di libertà, ovvero quella di scegliere di perseguire una causa personale: assieme al fedele Hector e al codardo direttore narrativo Sizemore, Maeve prosegue la sua marcia verso la figlia, persa dopo la riconfigurazione come matrona del bordello. Ancora legata alla sua falsa rêverie, sembra destinata ad attraversare trasversalmente il campo da gioco per ancora qualche episodio. Questo terzo legame familiare sarà presumibilmente un altro snodo fondamentale di questa stagione (non è un caso che la nuova sigla d’apertura contenga gli involucri di una madre e di un bambino) che, considerate le straordinarie premesse poste in quella passata e una non comune abilità nel rendere tridimensionale i suoi personaggi, riuscirà facilmente confermare la sua presenza nel palinsesto. A meno che non si smetta di vederla, ma sarebbe un grandissimo peccato.

1 Maggio 2018
1 Maggio 2018
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