Westworld

Westworld, commento all’episodio 2×05 (“Akane No Mai”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

In un’intervista promozionale per Entertainment Weekly risalente allo scorso aprile, Jonathan Nolan si è aperto sui motivi che hanno portato all’introduzione di Shogun World nella già complessa trama di Westworld: «[…] it comes down to being obsessed with Japanese cinema as a kid and earnestly wanting to make an homage to Akira Kurosawa and the other films I grew up watching. My older brothers and I watched Sergio Leone Westerns and Kurosawa’s classic samurai films and were fascinated to discover they had the same plot. You had this wonderful call and response between these two genres — with the gunslinger and the ronin». Tralasciando il fatto che nelle risposte di Nolan non c’è stato lo spazio per parlare di The Raj, l’altro parco della Delos costruito sul riflesso della misteriosa India coloniale (di cui si fa una veloce conoscenza nel terzo episodio, giusto in tempo per introdurre quella che nella scorsa puntata si è rivelata essere la figlia di William), tutta l’intervista ha come fulcro la similitudine tra il genere western, sia di matrice americana che europea, e quelli che in giapponese vengono definiti Jidai-geki, ovvero i film ambientati in epoche passate e che hanno per protagonisti i samurai. Non è un caso che si faccia menzione di Sergio Leone e Akira Kurosawa, non tanto perché sono stati due maestri nel genere, quanto perché il primo ha volontariamente usato per il suo indimenticabile Per un pugno di dollari (1964) la struttura narrativa di uno dei capolavori del secondo, La sfida del samurai (Yojimbo, 1961); però questo incontro tra il cinema occidentale e quello orientale non è stato di certo il primo, basti pensare a quel tanto citato e sfruttato I Magnifici Sette (John Sturges, 1961) che non è nient’altro che il remake dichiarato de I Sette Samurai (1954), nuovamente di Kurosawa.

Al di là di queste importanti nozioni di storia del cinema, il minore dei fratelli Nolan è ben consapevole degli elementi che rimbalzano tra i due generi, soprattutto per quanto riguarda la figura archetipica del pistolero solitario e quella del samurai nella derivazione ronin (tale quando perde il maestro/padrone o non l’ha mai avuto). Ed è così che nuovamente i creatori di Westworld riescono a giustificare la sensazione di déjà-vu che attraversa tutta la quinta puntata (qualcuno potrebbe chiamare in causa il wachowskiano “errore di sistema”), sia per lo schema della “tipica giornata nell’epoca Edo” (speculare a quello che si è visto ripetutamente nella polverosa Sweetwater), sia per l’incredulità dei personaggi western che si riflettono fisicamente e mentalmente in quelli giapponesi appena introdotti. «Would you try to write three hundred stories in three weeks!», lamenta Sizemore quando viene rimproverato di aver usato le stesse storie per più parchi, e qui Nolan sembra richiamare direttamente la catena di montaggio che ha caratterizzato il cinema americano classico e quello italiano degli anni Sessanta. Ovviamente il tutto è ancora incorniciato dall’onnipresente colonna sonora di Ramin Djawadi, sempre attenta alle esigenze del testo e che per l’occasione recupera nuovamente Paint it Black dei Rolling Stones, trasformandola in un flusso di tipici suoni orientali (ancora più genialmente lo farà con C.R.E.A.M. dei Wu-Tang Clan).

Mentre il pistolero Hector non riesce a tollerare l’ambiguità dello speculare ronin Musashi (interpretato dal fenomenale Hiroyuki Sanada, diviso tra Stati Uniti e Giappone da quel L’Ultimo Samurai di Edward Zwick), la “soprannaturale” Maeve trova subito una connessione emotiva con la sua rispettiva, la matrona geisha Akane (con il volto truccato di Rinko Kikuchi, conosciuta in occidente per il Babel di Alejandro González Iñárritu): entrambe condividono uno spiccato e innato amore materno che, oltre ad esserlo presumibilmente per l’intera stagione, è il nodo tematico su cui ruota l’intero episodio, uno dei più sanguinolenti visti finora. La danza a cui si fa riferimento nel titolo (“Akane no mai” vuol dire “La danza di Akane”) è in realtà una sensuale danza della morte che tiranneggia su tutta la rappresentazione dell’epoca Edo giapponese, «An experience expressively design for the guests who find Westworld too tame», con i suoi ninja assassini, deliranti shogun/dittatori, micidiali katane e arti brutalmente mozzati.

Purtroppo, questa atmosfera mortifera non rimane confinata a Shogun World, ma si estende alla stessa velocità di un irrefrenabile virus (come la bluetongue che può colpire tragicamente le mandrie) anche nell’unica altra linea narrativa mostrata (assieme a un brevissimo frammento del presente), quella che porta avanti il rapporto tra Dolores/Wyatt e Teddy; «If we wanna survive, someone of us have to burn», dice con fermezza Dolores, e questo non fa altro che presagire l’arrivo necessario di una piega ancora più violenta per la serie.

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