Westworld, commento all’episodio 2×04 (“The Riddle of the Sphinx”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

«Esiste qualcosa sulla terra che ha due piedi, quattro piedi e tre piedi ed ha una sola voce, è l’unico, tra coloro che si muovono sulla terra, in cielo e nel mare a cambiare la propria natura, ma quando per camminare usa più piedi la sua velocità in proporzione diminuisce.»

La risposta all’enigma più antico della storia dell’umanità è ovvia, ma quando è calato all’interno della narrazione portata avanti da una serie come Westworld anche le più inscalfibili certezze crollano di fronte all’ambiguità costante che serpeggia nel mondo dei robot. Giunti al quarto episodio, questa seconda stagione comincia finalmente ad entrare nel vivo della narrazione: The Riddle of the Sphinx è il punto nodale che disvela il senso ultimo di quest’arco narrativo, il segmento centrale per cercare di capire quali sono le forze in campo, per cosa si sta lottando e non c’è dubbio che la carne messa al fuoco è tanta. Nei suoi oltre 72 minuti di durata (che per inciso volano in un lampo) vengono intaccati temi come l’etica, la famiglia, i ricordi e il desiderio di immortalità, amalgamati in maniera coerente dalla penna di Jonathan Nolan – che torna in veste di sceneggiatore – e dalla regia calibrata di Lisa Joy. Se nello scorso episodio ne avevamo sentito eccome la mancanza, una transizione necessaria ma zoppicante, questo quarto episodio è interamente (o quasi) incentrato sulla figura carismatica e affascinante del nostro Uomo in Nero.

Scopriamo così che subito dopo aver capito le potenzialità del parco creato da Ford, William si è impegnato anima e corpo al raggiungimento di un sogno, una chimera difficile da scacciare via dalla propria mente, un tarlo ossessivo su cui ha basato gran parte della sua esistenza: il raggiungimento dell’immortalità. James Delos, infatti, non è sopravvissuto alla terribile malattia di cui avevamo avuto un accenno nel secondo episodio, ma la sua mente ha vissuto dopo di lui, trapiantata di anno in anno in un clone artificiale. Da qui lo stallo: la mente di Delos rigetta continuamente il corpo dell’androide o viceversa. Così, in una stanza che richiama la glacialità del luogo oltreGiove di 2001: Odissea nello spazio – solo con i Rolling Stones di sottofondo (in campo con la sibillina Play with Fire) – assistiamo al colloquio infinito tra il suocero e un sempre più sconsolato William, che continuerà in questa sua folle crociata solitaria anche dopo la tragica scomparsa della moglie Juliet. Il paradigma ufficiale di Westworld è cambiato in maniera diametralmente opposta: non più l’androide che sogna l’umanità, ma l’uomo che sogna di diventare immortale come la sua creazione.

Il gioco appena iniziato riguarda proprio William, è stato concepito da Ford esclusivamente per lui, che dovrà concentrarsi sul suo passato piuttosto che guardare al futuro (come suggerito da Ford stesso, facendo nuovamente capolino in uno degli host). Gli scambi di battute con il simulacro di Delos svelano lentamente ma inesorabilmente il cambiamento di un giovane idealista che lentamente ha ceduto il passo alla disillusione al rimpianto di una vita non vissuta. William, che è sempre stato ossessionato dal parco vede morire i suoi cari uno dopo l’altro (anche Logan, in seguito a un’overdose) senza battere ciglio. Tuttavia, quelle perdite hanno lasciato delle cicatrici finalmente visibili e queste emergono in tutta la loro tragicità nel dialogo con Craddock: «You think death favors you, that it brought you back. But death’s decisions are final. It’s only the living are inconstant, they waver, don’t know who they are or what they want. Death is always true. You haven’t known a true thing in all your life. You think you know death, but you don’t». La morte è l’unica cosa che ci rende veri, che ci distingue dall’androide, che ci fa apprezzare la compagnia dei vivi, l’assenza di una moglie, l’indifferenza di una figlia.

Si, perché – come aveva intuito già qualcuno – Grace non è altro che Emily, la figlia di William, che al termine dell’episodio raggiunge il padre per rivelargli di non essere l’unico interessato al vero mistero dietro al nuovo gioco concepito come ultimo sberleffo da Ford. Ford che, ormai ne siamo quasi certi, tornerà ancora a palesarsi nei prossimi episodi (potrebbe anche darsi che rivedremo lo stesso Anthony Hopkins a fine serie, magari avendo già carpito da tempo il segreto dietro la clonazione?) e che monopolizza velatamente anche l’altra storyline portata avanti dall’episodio, quella con al centro Bernard. Lo troviamo, infatti, lasciato da Clementine all’ingresso di una misteriosa grotta che lo condurrà all’interno di una misteriosa stanza segreta, un laboratorio, al cui interno si procedeva ormai da diversi anni a un progetto – capitanato dallo stesso Bernard per ordine di Ford. Dopo aver liberato Elsie – data per morta nella passata stagione e non al corrente dell’attuale ribellione delle macchine – Bernard comincia a viaggiare con la mente tra passato e ancora passato, dato che quello a cui assistiamo non è altro che un lungo flashback della sua mente sul quale si aggrovigliano in una spirale impazzita altri ricordi precedenti.

16 Maggio 2018
16 Maggio 2018
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