Daft Punk
"Around the World" (frame da videoclip Daft Punk)

Daft Punk. Il surrealismo visionario di Michel Gondry in “Around the World”

Il singolo più famoso degli anni Novanta targato Daft Punk è Around the World. Il tormentone esce nel 1996 e viene inserito nel debutto Homework, pubblicato l’anno successivo da Virgin. Il motivo del brano interseca loop di basso, beat box, chitarre vocoder e synth in un perfetto amalgama di dance pop ballabile e d’impatto istantaneo. Insieme a Da Funk, costituisce la doppietta su cui si fonda il grande exploit di Bangalter e De-Homem Christo.

Per realizzare una degna versione filmata del brano, i due francesi chiamano Michel Gondry, un videomaker che in quegli anni aveva già realizzato clip interessanti per numerosi artisti, coniugando visionarietà e sperimentazione in un’innovativa tecnica registica. Insieme a pochi altri – uno su tutti Spike Jonze – rivoluziona il modo di pensare alla regia dei videoclip: dopo i suoi interventi, i video delle canzoni non saranno più una semplice “descrizione con immagini” del brano, bensì inizieranno ad essere considerati una vera e propria forma d’arte. Prendete ad esempio i movimenti di camera in Protection dei Massive Attack, i pupazzi animati in Human Behavior di Björk e la claustrofobia in Fire On Babylon di Sinead O’Connor e avrete un concentrato degli ingredienti che hanno fatto la fortuna dell’artista francese: un approccio non convenzionale alla messa in scena dei protagonisti e una visionarietà che rimanda a un mondo di ricordi infantili, con le sue paure e le sue atmosfere di stupore (il tutto sarà sublimato nell’ineguagliato lungometraggio Se mi lasci ti cancello – pardòn, Eternal Sunshine of the Spotless Mind – del 2004).

In un documentario del 2003 è lo stesso Gondry a spiegare come la realizzazione del video dei Daft Punk abbia comportato il mettersi a confronto per la prima volta con la coreografia e con l’espressività dei corpi che nel ballo del video esprimono l’emozione grazie ai movimenti. Ogni strumento viene separato come se fosse una traccia indipendente dalle altre e viene associato a un gruppo di ballerini che si muovono con una linea e con dei passi diversi gli uni dagli altri: gli atleti incarnano il basso, le mummie le beat box, gli scheletri le chitarre, i robot i vocoder e le ballerine disco i synth. I movimenti delle mummie e dei robot sono ispirati dalla breakdance di Michael Jackson, artista di cui Gondry era fan.

Il video mescola un setting giocoso (i costumi dei robot o le tute degli scheletri potrebbero essere indossati benissimo ad un party di Halloween) a una logica ferrea che dirige alla perfezione le luci, i movimenti e la musica. Il movimento circolare che imita il loop della canzone viene associato ai robot, che girano appunto Around the World su una pista che rappresenta un disco in vinile. Da notare poi come per la prima volta nella storia dei Daft Punk compaiano dei personaggi che indossano caschi (e come quasi la totalità dei personaggi sia mascherata). Non a caso saranno proprio questi i più importanti avatar a definire la successiva carriera del duo, sia come immagine che come filosofia. Il video sembra essere stato costruito e ripreso in maniera spontanea per la fluidità e per l’ottima resa finale, ma guardando il backstage, si percepisce come sia stato impegnativo e lungo costruire – grazie anche alla mano della coreografa spagnola Blanca Li – una così grande e perfetta macchina a orologeria. Tutto viene studiato nei minimi dettagli: i costumi (ideati dalla madre del regista), la realizzazione della struttura a scalini, i passi dei ballerini, le luci che vanno a ritmo di musica (programmate dal fratello di Gondry) e ricordano l’illuminazione de La febbre del sabato sera.

Un irresistibile gioco di incastri e tagli disco-pop che per la sua omogeneità e mistero ancora oggi è capace di coinvolgerci, risultando sempre fresco ad ogni passaggio. Pur essendo un continuo loop di un’ostinata voce robotica, il video non si rivela mai noioso: lo sguardo segue ora un gruppo di ballerini, ora l’altro, cercando di sincronizzarli mentalmente con la parte musicale a loro associata. Ad ogni passaggio siamo attratti da particolari diversi e non smetteremmo mai di rivederlo, appunto lasciandolo scorrere in un loop senza fine. Un piccolo grande classico, che è stato concepito come «un disco degli Chic con una talk box e un sintetizzatore al basso». Numero uno nelle classifiche dance di Canada, Inghilterra, Stati Uniti, Islanda e Italia.

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