Bowie durante l'esecuzione di “Starman” al Top Of The Pops

Una rivoluzione in un abbraccio: Starman di David Bowie (a Top Of The Pops)

As soon as I heard Starman and saw him on Top Of The Pops I was hooked. I seem to remember me being the first to say it, and then there was a host of other people saying how the Top Of The Pops performance changed their lives. In 1972, I’d get girls on the bus saying to me, “eh la, have you got lippy on?”, or “are you a boy or a girl?” Until he turned up it was a nightmare. All my other mates at school would say, “Did you see that bloke on Top Of The Pops? He’s a right faggot, him!”. And I remember thinking, “You pillocks”, as they’d all be buying their Elton John albums, and Yessongs and all that crap. It made me feel cooler
Echo and the Bunnymen

Il 6 luglio del 1972 è una data cruciale per David Bowie e, probabilmente, per la storia della televisione, del costume, della cultura, del pop-rock. Tra gli ospiti del celebre programma Top Of The Pops della BBC – registrato in realtà il giorno prima – ci sono Bowie, appunto, assieme ai suoi Spiders From Mars. In realtà sarebbe più corretto dire che a guidare gli Spiders c’è un tipo decisamente strano, vistoso e androgino, che si fa chiamare Ziggy Stardust. È ovviamente un personaggio, con quei capelli color carota e la tutina aderente versicolore, eppure sembra – come dire – dotato di vita propria. Sembra cioè eccedere lo stesso Bowie, vivere oltre quel cantante neanche troppo famoso.

Viene eseguita una canzone intitolata Starman, il singolo che ha anticipato The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, album uscito più o meno un mese prima. Si tratta dell’ultima canzone entrata a far parte della scaletta, incisa all’ultimo momento su insistenza della RCA che ha chiesto espressamente a Bowie un singolo – appunto – in grado di irretire le folle, dal momento che le fregole glam e la teatralità cupa del disco non sembravano particolarmente, come dire, invitanti.

Starman, invece, certo che sì: con le sue strofe da folk ammiccante e il ritornello che s’impenna innodico (con evidenti rimandi all’arco melodico di Somewhere Over The Rainbow), sembra un po’ un residuo Sixties (ma pure Fifties) inzaccherato di piume & bitume power pop, con tutto il languore vagamente tossico del caso diluito in un alone di magnificenza derelitta, più tanta voglia di spandere unguento glitterato sulle ferite di una fredda disillusione. RCA ne è stata subito entusiasta. Risultato: del 45 giri, uscito nell’aprile del ‘72, si accorgono in pochi.

Prima di quei tre minuti a Top Of The Pops, David Bowie aveva ottenuto un successo abbastanza rilevante però effimero con Space Oddity, pezzo immaginifico che seppe cavalcare l’entusiasmo dell’impresa lunare (luglio 1969) per poi tuttavia – appunto – venire presto dimenticato. Le mosse successive non seppero ravvivare l’interesse nei suoi confronti: né gli effimeri Hype (band estemporanea formata con Mick Ronson, Tony Visconti e John Cambridge) né l’album The Man Who Sold The World (novembre 1970) lo sollevarono da un sostanziale anonimato, da cui pure dimostrava di volersi affrancare anche ricorrendo a proposte estetiche scioccanti, vedi i costumi da supereroi indossati in concerto dagli Hype (in anticipo sull’allure del glam) o la celebre copertina con abito Mr. Fish di The Man Who Sold The World (frutto dei consigli di Angela Barnett, che sposò nel marzo del ‘70).

Eppure, Bowie stava attraversando un autentico stato di grazia. Tra aprile e maggio 1971 si consumano i primi segnali di ciò che verrà (Oh You Pretty Things, prestata a Peter Noone, e il singolo Moonage Daydream, pubblicato però sotto l’egida della fake band Arnold Corns), quindi grazie ai buoni uffici del nuovo manager Tony Defries firma per RCA e a dicembre pubblica quel fottuto stra-capolavoro di Hunky Dory. Che pure non conduce a nulla anche perché già a gennaio ‘72 fervono le sessioni di Ziggy e quindi, vabbè, chi ha tempo per pensare a Hunky Dory? Anche perché ferve già il glam, che in Electric Warrior dei T.Rex (settembre 1971) ha trovato la spoletta giusta per esplodere.

Quali ulteriori ingredienti di un vorticoso processo di sviluppo, arrivano la visione di Pork – trasgressivo spettacolo teatrale firmato Warhol – e di Arancia Meccanica (uscito in UK il 13 gennaio del ‘72): saranno determinanti a innescare una rielaborazione estetica e narrativa che porterà alla meravigliosa baracconata sci-fi/glam degli Spiders. In particolare, il personaggio Ziggy si propone come una sublimazione paradigmatica e paradossale di una miriade di figure rock, da Jimi Hendrix a Iggy Pop passando dal folle Legendary Stardust Cowboy, Vince Taylor e – ovviamente – Marc Bolan. La promozione di Hunky Dory – disco che più o meno qualunque musicista pop darebbe un braccio per avere nel repertorio – viene quindi sostanzialmente trascurata per dare vita alla nuova entità. Ma Starman, gettato nelle fauci del mercato il 28 aprile, non suscita l’impatto sperato, nonostante le buone recensioni e il plauso di John Peel. Lo stesso capita all’album, uscito il 16 giugno. Ci vuole qualcosa. Una scossa. Un annuncio. Che arriva il 6 luglio del 1972.

In realtà la prima esecuzione televisiva di Starman risale a metà giugno nel programma Lift-Off With Ayshea condotto dalla cantante e attrice Ayshea Brough su Granada TV. Della performance, andata in onda il 21 giugno, non sono rimaste testimonianze video (o, almeno, io non ne ho trovate), ma è evidente che non si trattava del momento giusto né del “luogo” giusto. Circostanza che si verifica invece al Top Of The Pops. In onda dal 1 gennaio del 1964, TOTP divenne presto un programma di riferimento per il nuovo pop britannico (tra i primissimi a esibirsi furono i Rolling Stones con I Wanna Be Your Man, pezzo firmato Lennon/McCartney). L’orario di messa in onda, alle 19.30 del giovedì per mezz’ora, garantiva una audience considerevole anche se pericolosamente “familiare”. Difatti, quel 6 luglio 1972 non furono in pochi a rimanere sconcertati.

Breve ma necessaria parentesi storica: il Sexual Offences Act, legge che legalizzava (o, meglio, depenalizzava) le relazioni omosessuali in UK, risale a cinque anni prima, al luglio del 1967. Tuttavia la strada da compiere perché il cambiamento di mentalità sedimenti a livello sociale è ancora lunga, come dimostrano i movimenti che si oppongono alla “società permissiva”, come quello dei British Cristians che nel 1971 aveva organizzato addirittura un proprio festival (il Nationwide Festival of Light). Il fermento è comunque palpabile: il 1 luglio del 1972 ha luogo lo UK Gay Pride Rally, con circa duemila partecipanti a invadere Trafalgar Square per ricordare i tragici fatti di Stonewall (giugno-luglio del 1969). La Londra non più “swinging” è insomma una trama complessa e stratificata di rivoluzione e reazione, di sfacciataggine glam e austeri completi di tweed. Soprattutto, l’omosessualità è ancora un tabù, una linea d’ombra che si preferisce ignorare ma in pieno fermento e desiderosa di uscire allo scoperto, colorata e luminosa.

Dal canto suo, Bowie aveva già dimostrato non tanto di appoggiare lo schieramento che oggi chiameremmo LGBT, quanto una spiccata attitudine da equilibrista sul filo dell’ambiguità. Detto della copertina di The Man Who Sold The World, ci sarebbe una dichiarazione rilasciata nel gennaio 1972 a Melody Maker in cui affermava di essere bisessuale: probabilmente era sincero, malgrado il matrimonio con Angela facesse pensare il contrario, una relazione che tra l’altro stava procedendo all’insegna del più garrulo amore libero. Da un lato dichiarò scherzosamente di avere conosciuto Angela perché “uscivamo con lo stesso uomo”, dall’altro molte testimonianze convergono sul fatto che in quel periodo Bowie facesse collezione di conquiste femminili. Resta in ogni caso la sensazione che l’ostentata ambivalenza sessuale rappresentasse soprattutto una strategia mirata a suscitare sensazione, facendo leva su un tema indubbiamente caldo che oltretutto ben si armonizzava alla proposta espressiva, mutevole, inafferrabile e indefinibile. Votata al ch-ch-ch-ch-changes.

Sia come sia, la sera del 6 luglio 1972 lo schermo televisivo rovescia nei salotti del Regno Unito l’immagine di cinque ragazzotti efebici e variopinti (agli Spiders classici – Mick Ronson, Trevor Bolder e Mick “Woody” Woodmansey – è stato aggiunto il tastierista Robin Lumley), apparentemente entusiasti di annunciare la presenza in cielo di un «uomo delle stelle» che «vorrebbe conoscerci» anche se «pensa che potrebbe sconvolgerci», ma in ogni caso è convinto che ne valga la pena. Un messaggio sottilmente messianico, come è esplicito nei tre versi che chiudono il chorus – «Let the children lose it / Let the children use it / Let all the children boogie» -, chiara parafrasi dell’evangelico «lasciate che i bambini vengano a me». Ma il punto non è questo. Il punto è quel che accade dopo un minuto e cinque secondi.

Bowie/Ziggy sta affrontando il primo ritornello. È concentrato sul microfono, si copre l’orecchio sinistro per non confondere la tonalità. Intanto un ossigenatissimo Mick Ronson gli si avvicina, da sinistra, per l’accompagnamento vocale della seconda parte del chorus. Bowie sembra accorgersi di lui quando ormai gli è accanto e, con estrema naturalezza, allarga il braccio e gli cinge le spalle. Insomma: lo abbraccia. Con la tenerezza disinvolta e naturale dei gesti abitudinari. Per circa dieci secondi, ovvero il tempo di finire il ritornello e lasciare a Mick l’onore dell’assolo glammeggiante. Sembra niente, ma è successo qualcosa. Un click nella testa di migliaia di adolescenti e ragazzi col volto illuminato dalle emissioni catodiche. Sul secondo ritornello la scena si ripete, anche più disinvolta, proprio come se fosse una prassi: due ragazzi che si abbracciano, due maschi che si scambiano vicendevole affetto, che c’è di strano? Incredibile. I genitori sbottano, scandalizzati. I figli sgranano gli occhi. Se il volume non fosse così alto e quel coro tanto gioioso (un lalleggiare in cui languono gli ultimi fuochi hippie), potresti sentire il rumore dei paradigmi che si sbriciolano.

Le “annunciazioni” si intrecciano, si fondono l’una nell’altra, sfarfallano sullo schermo subliminali e lampanti: è una rivoluzione culturale, è una presa di coscienza generazionale, è il glam, è David Bowie, è Ziggy Stardust, sono le ultime convulsioni dei Sessanta e i vagiti già aspri dei Settanta, è il rock che muore per rinascere splendido e condannato, è il sogno dell’avventura cosmica che collassa a un livello simbolico tanto più decadente quanto più radioso, è la resa ai meccanismi dello spettacolo oppure uno sfacciato blitz per impadronirsene, e via discorrendo. La rivoluzione non sarà televisiva, ma un po’ anche sì (chiedere a Elvis e Beatles). Risultato: nei giorni successivi Starman (il singolo) e Ziggy Stardust (l’album) fanno il botto, e il resto è Storia.

Curioso, certo, che tutto questo sia accaduto per una canzone scritta all’ultimo momento, inserita in scaletta dell’album al posto di una cover di Chuck Berry (Round And Round). A pensarci viene ancora oggi da non crederci, soprattutto se consideriamo quanto profondamente Starman sembri innescare correlazioni nel concept del disco (è un passaggio cruciale per Ziggy, che viene avvisato in sogno dell’imminente arrivo dell’uomo delle stelle che porterà speranza e salvezza) e con la carriera di Bowie (inevitabili gli echi del Major Tom, così come la profezia autoavverante di se stesso rockstar). Per non parlare delle ricadute sul rock tutto. Possibile che molto di tutto questo si debba a un abbraccio? Potrei capire la pseudo-fellatio mimata in concerto – sempre Bowie e Ronson sugli scudi – neanche sei mesi più tardi, con Mick Rock pronto a cogliere l’attimo ed eternarlo su pellicola, ma un semplice abbraccio? E quanto si è trattato di un gesto casuale, o al contrario studiato, pianificato?

Capita spesso con Bowie che normalità ed eccezionalità subiscano rovesci gerarchici, che i dettagli provochino sconquassi semantici, che l’estemporaneo diventi strutturale. Già a inizio carriera la sua determinazione andava di pari passo con l’istinto e la consapevolezza nei confronti dei media, in particolare di quello televisivo. A partire dalla curiosa apparizione nel programma BBC Tonight del novembre 1964, quando – diciassettenne – si presentò come il fondatore delle Società per la Prevenzione delle Crudeltà Contro i Capelloni. In quel Bowie – ancora David Jones – possiamo scorgere molto del Bowie futuro: l’impasto intrigante di provocazione intellettuale e umorismo come sfondo di un intento simbolico strutturato, il tutto con l’obiettivo del successo quale compimento di un discorso che non può significare senza un esito popular. Tenuto conto di ciò, credo che quell’abbraccio somigli più a una bomba a orologeria che a una fuga di gas. Il risultato, comunque, fu un’esplosione. Di cui è bello avvertire ancora oggi le vibrazioni.