“Qualcosa di solo mio”. Intervista a Mulai

Giovanni Bruni Zani, di Brescia, è il nome dietro al progetto Mulai, uno degli artisti emergenti più validi e interessanti in ambito elettronica made in Italy. L’abbiamo incontrato per la prima volta in occasione dell’edizione 2015 del Musical Zoo Festival, in cui già si era fatto notare per la bontà della sua proposta anche in sede live. Dopo un primo EP licenziato proprio quell’anno e intitolato Something for Someone – trovate la recensione firmata dal sottoscritto sempre su queste pagine – nel 2016 arriva una seconda uscita breve intitolata Glue. Il disco è un validissimo compendio di 6 bozzetti di melodie pop e dolcezze sintetiche, tra morbida elettronica, downtempo e occasionali infiltrazioni ritmiche vagamente HH. Abbiamo raggiunto Giovanni per una chiacchierata sul suo progetto, sulle sue radici e sulle possibili direzioni future di Mulai.

Come nasce il tuo progetto Mulai e che cosa significa questa parola? Rappresenta la tua prima esperienza musicale vera e propria?

“Mulai” è una parola indonesiana che significa “inizio”. L’idea è nata un po’ di anni fa quando ho iniziato a scrivere i miei primi pezzi solo con la chitarra o col piano; poi, forse anche per una questione nostalgica, ho deciso di mantenere quel nome quando ho cominciato a produrre musica elettronica. In ogni caso Mulai è il primo progetto che ho deciso di rendere pubblico e con il quale ho fatto le prime esperienze live.

Partendo proprio dalla scrittura dei pezzi solo con chitarra e piano: ciò che immediatamente emerge dall’ascolto del tuo progetto è la “doppia anima” di Mulai, per cui alla veste elettronica si accompagna una fortissima componente “pop”, soprattutto vocale, nelle melodie. Scrivi ancora i pezzi partendo da uno scheletro acustico?

In realtá non sempre, cerco spesso di lasciar più libertà possibile alla scrittura di un pezzo e di lasciar perdere procedimenti troppo schematici come la creazione sistematica di un beat o la ricerca di un giro con la chitarra. Tempo fa, per esempio, ho creato per caso un suono che mi ricordava il verso di un elefante: all’inizio la cosa mi sembrava divertente, ma poi son rimasto affascinato da come un suono analogico potesse essere cosí simile ad un suono naturale e ho cominciato a costruirci intorno un beat e un accompagnamento; così è nato uno dei pezzi dell’EP, da un singolo suono. A volte cerco anche di non stabilire dei “ruoli” come si fa nella musica acustica: infatti utilizzo spesso sample della mia stessa voce ed effettandoli può succedere che li usi come se fossero strumenti percussivi o synth di sottofondo.

Da dove vieni, musicalmente parlando? Oltre all’elettronica e al pop, come già detto, sento sempre nei tuoi pezzi anche tantissimo hip hop…

Mi capita di ascoltare di tutto e qualche volta anche hip hop. Negli ultimi anni però sono rimasto un pò fissato soprattutto con l’elettronica sperimentale e l’IDM, e tuttora tra i miei “più riprodotti” ci sono artisti come Andy Stott, Arca, Oneohtrix Point Never e molti altri produttori che, pur essendo lontani da quello che faccio, sono per me sempre un riferimento.

mulai

Glue è il tuo secondo EP dopo Something for Someone. Vi è continuità tra i due lavori? Hai in cantiere un’uscita (quantitativamente) più “corposa”?

No, in realtá non ho voluto dare continuità ai due lavori e non vorrei farlo neanche con l’LP, che spero di riuscire a ultimare entro la fine di quest’anno. Questo perchè credo di non essermi del tutto “stabilizzato” nelle mie scelte musicali, e vorrei lasciare ancora spazio a possibili cambiamenti. Pur non essendoci continuitá tra il mio primo e secondo EP, credo che Glue sia invece un lavoro abbastanza omogeneo di per sé. I pezzi parlano di momenti ed esperienze completamente differenti, ma sono comunque “incollati” insieme con una certa linearità, e le tracce sono mixate le une alle altre in modo da creare una specie di racconto, un po’ come se fosse un diario personale reso pubblico.

Vorrei che ci parlassi del video della title track, Glue. Cosa rappresenta e come si relaziona con quello di cui parla il pezzo? Con chi e come hai lavorato per realizzarlo?

Il video è stato realizzato da Studio Frames (di Francesco d’Abbraccio degli Aucan) e l’idea è nata un po’ alla volta. Io inizialmente volevo creare un immaginario claustrofobico, dato che il pezzo parla di un momento di ansia e confusione. L’idea finale è stata poi quella di partire da diverse scansioni 3D di corpi femminili e “saltare dentro e fuori” queste scansioni passando da immagini reali (all’esterno) a scenari surreali (all’interno), che poi è un po’ la metafora che sta dietro a Glue, cioè la profonda differenza che esiste tra il nostro essere e il nostro apparire, tra quello che mostriamo e quello che in realtà siamo, e la relativa difficoltà nel comprendere realmente qualcuno.

Detto del significato di Glue, nei tuoi testi affronti sempre tematiche così introspettive?

La questione dei testi è una cosa su cui ho ragionato molto e sì, diciamo che sono rivolti più che altro a tematiche personali. Ho sempre pensato che fare musica (e divulgarla) voglia dire – in poche parole – prendere i pensieri e le emozioni di qualcuno e tradurle in una lingua che tutti possano capire, trasformando quindi qualcosa di personale in qualcosa rivolto a un pubblico (gli ascoltatori). Non che questo non mi vada bene, ma prima di pubblicare il mio primo EP Something for Someone [che trovate recensito su queste pagine, ndSA] l’anno scorso, scrivevo già regolarmente canzoni da parecchio tempo e lo facevo principalmente per me stesso, per aver qualcosa da ascoltare nel mio Ipod che riflettesse i miei ricordi. Con questo EP ho deciso di mantenere qualcosa di solo mio, e l’ho fatto attraverso i testi; le frasi che canto sono infatti spesso disconnesse tra loro e hanno un significato che vale solo per me e che talvolta è interpretabile solo da me.

17 gennaio 2017
17 gennaio 2017
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