Andy Stott (UK)

Biografia

Classe ’80 e nato ad Oldham, un’area industriale di Manchester, Andy Stott è attivo dalla metà degli anni 2000 ed è uno dei protagonisti dell’etichetta mancuniana Modern Love, realtà che condivide – tra gli altri – con Miles Whittaker dei Demdike Stare, con il quale dal 2008 ha attivato il progetto Millie & Andrea. Con un passato da operaio per Mercedes (per 14 anni si è occupato di verniciare macchine) e noto per le sue terrigne incursioni techno dub sotto i 120 bpm in area Deepchord e compagnia Echoplex, Stott ha saputo far proprie fascinazioni elettroniche che vanno dal sound design all’idm, dai basamenti techno e house a quelli ambient, dal grime e il 4/4 alla jungle, all’industrial e alla trap. In particolare, nel trittico di album formato da Luxury Problems, Faith In Strangers e Too Many Voices, il producer ha esplorato i confini di una gotica forma di r’n’b futurista, una dimensione scolpita nei grigi e nelle ombre, tinta di sottile romanticismo o avvolta di onirico torpore, accenti noir e brumose sfaccettature urbane.

L’esordio avviene nel 2005 per Modern Love, etichetta che lo accompagnerà per tutti i lavori seguenti, con un trittico di EP dal cuore techno e dai polmoni house – Ceramics, Replace EP e Demon In The Attic a cui segue un esordio discografico sulla lunga distanza l’anno successivo. Merciless inaugura una serie di album tanto eclettici quanto non limitati alla sfera dance e leftfield per il producer: in generale il disco risente ancora dell’influenza della dubstep di quel periodo, genere in cui il producer innesta soluzioni techno dub di marca Basic Channel come molti altri colleghi illuminati di quel biennio (vedi Martyn e 2562, e la label del primo 3024) ma in scaletta, oltre a cupe soluzioni tra ritmo e groove e nerboruti funk di scuola Carl Craig (Hertzog, un omaggio all’iconico regista tedessco?), si fanno strada anche umbratili scenari idm per piano e archi sintetici o episodi per solo piano (la title track). Due anni più tardi, dopo una nuova infornata di 7” 10” e  12” (Hostile, Fear Of Heights EP, The Massacre EPHandle With Care / See In Me,  Bad Landing EP), esce la compilation riassuntiva Unknown Exception, una ricognizione – salvo qualche felpata tech-house – più mirata, umbratile e meditata nei territori di Mark Ernestus e Moritz Von Oswald lato Rhythm & Sound, dunque con tagli dancehall e dub.

Tra il 2009 e il 2010 escono – grossomodo nella medesima direzione calibrando maggiormente rotondità deep e house e forgiando un definitivo conio techno dub 2.0 – Tell Me Anything, Night Jewel e Brief Encounter / Drippin. Nel frattempo, dall’anno precedente Stott, assieme a Whittaker, ha attivato il duo Millie & Andrea ottenendo da subito il plauso della comunità elettronica britannica con 12” quali Black Hammer / Gunshot e Spectral Source / Ever Since You Came Down (del 2008 e 2009) che giocano di fino, e gran gusto, lungo l’intero spettro UK house (deep, 2 step, 4/4) con puntate a 360° nelle ritmiche britanniche (breakbeat, jungle, dubstep). Rispetto alla produzione solista del primo e a quella nei Demdike Stare del secondo, il progetto sembra da subito una ingegnosa valvola di sfogo che conferisce all’intera produzione un taglio luminoso, frizzante e colorato.

Del 2011, invece, i due EP che mettono sulla mappa il producer a livello internazionale: We Stay Together e Passed Me By rappresentano due affondi nella consueta sulfurea techno dub del passato, con la differenza che mentre i bpm scendono anche sotto i 100, i bassi si fanno più spessi e le tracce acquisiscono un’inedita aura ancestrale. È il prodromo ideale delle cattedrali gotiche che Stott sta nel frattempo elaborando. Luxury Problems, masterizzato agli Air Studios londinesi da Matt Colton (già al lavoro con, tra gli altri, James Blake), esce l’anno successivo e vede la presenza di Alison Skidmore, ex insegnate di Stott ai tempi della scuola, nonché ideale prosecutrice di un discorso art pop dalle chiare reminiscenze 4AD, Cocteau Twins e Dead Can Dance. Il disco, calato in una fitta scala di grigi urbani, parla una lingua bianchissima e attiva più ponti di contatto con l’Untrue di Burial, senza negarsi i consueti ritmi carnosi e l’eclettico bass sound della casa, tutte caratteristiche che lo premieranno come uno dei dischi dell’annata 2012 per numerose testate tra cui la nostra. Due anni più tardi, nel marzo del 2014, esce il primo album lungo della ditta Millie & Andrea, Drop the Vowels, un lavoro che porta il metodo epistolare finora intrapreso dai due producer – da Manchester a Berlino e viceversa – a un nuovo livello di sintesi. Questa volta in gioco c’è un uso più esplicito della jungle, qualche tocco trap e un accenno al pop, oltre al solito gioco di particolari produttivi all’insegna di una tavolozza vivace e aperta.

A novembre è il turno dell’atteso Faith In Strangers, un lavoro caratterizzato dall’uso di strumenti particolari come l’eufonio, e dove il rapporto con Alison Skidmore si stringe nei ranghi di un formato canzone (senza mai toccarlo veramente), mentre, di converso, la componente techno/bass/dub viene arginata a favore di un mix dalle aperture sinfoniche (Time Away ricorda i These New Purtians di Field of Reeds), dall’approccio più cinematografico e dalle pieghe anche trip hop (Violence con accenti Tricky), il tutto senza disdegnare nuove incursioni wave con tanto di basso di mancuniana memoria (Faith In Strangers e Missing, Science And Industry). Per il seguito occorreranno due anni: Too Many Voices, esce ad aprile del 2016 ed è un disco che può essere visto sia come la chiusura di una trilogia iniziata con Luxury Problems, sia come una nuova perlustrazione tra ritmi al ralenti e umbratilità r’n’b, i consueti riflessi nell’ombra 4AD ma anche un fresco tocco Oneohtrix Point Never che conferisce al lavoro un inedito DNA androide e traslucido. Di Lopatin infatti paiono i riferimenti ad un sound sintetico frictionless, giocato su vuote pennellate ai pad, e sempre dai suoi dischi sembrano provenire i break sul canale, ovvero note puntellate che si deformano in minimali variazioni di tono (Forgotten). Il resto del disco è abitato da ciò che ormai forma una cifra stilistica ben delineata: kick and clap accartocciati e rallentati, synth in zona Basic Channel (First Night), incursioni synth di marca 80s, ruvidezze grime, ambient e r’n’b primi 90s, il tutto assimilato recependo alcune tendenze del sottobosco elettronico come la trance (On My Mind), lo spigoloso tocco urbano di un Mumdance (Selfish), le atmosfere cyber (Waiting For You ricorda i romanzi di William Gibson) e i mood post-Janet Jackson che sono ancora un terreno fertile per l’elettronica internazionale, dal Canada (con Jessy Lanza) agli Stati Uniti (con Kelela (Butterfly)).

Ferma restando la componente latatamente centrale della Skidmore nel disco, la più folgorante delle soluzioni messe in campo è sicuramente l’aver missato synth Art Of Noise (già amati da Lopatin e Ferraro) ai chiaroscuri vocali della Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins (e se vogliamo qualcosa di Björk). La traccia, cantata naturalmente dalla consueta musa, non a caso dà il nome a Too Many Voices, ed è qui che si consuma, nei migliore dei modi, un’idea di gotico r’n’b futurista a lungo covata e rintracciabile come un filo rosso in tutti e tre i lavori.

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