Recensioni

L’ultima traccia di Illegals in Heaven dei Blank Realm si intitola Too Late Now e forse non è un caso. I fratelli Spencer – Luke al basso, Sarah al synth e alla seconda voce e Daniel alla batteria e voce – e il fido compare Luke Walsh (chitarra) calcano la scena indie australiana da dieci anni. Anni in cui la voglia di suonare e di comporre per il semplice piacere di farlo ha prevalso sulla riuscita finale dei numerosi album, l’ultimo dei quali, Grassed Inn (2014) è stato capace di donare maggiore visibilità alla band ma non è riuscito a far convivere alcuni inediti ingredienti di più facile assimilazione con l’impasto psy-DIY del passato.
I Blank Realm sembrano aver imboccato finalmente la strada giusta quando forse è ormai – per l’appunto – troppo tardi. Chiariamoci: non siamo di fronte ad un disco nato per lasciare una traccia consistente all’interno della discografia 2015 (e non sembra neanche quello l’obiettivo dei quattro), ma quando si parla di indie-pop e dintorni, se hai tra le mani una manciata di brani vincenti, puoi già ritenerti più che soddisfatto. Se Illegals in Heaven è la prima ciambella con il buco dopo un decennio di tentativi, non è merito solamente di una maggiore cura nei dettagli (è la prima volta che i Nostri utilizzano uno studio di registrazione serio, con il supporto di Lawrence English) ma anche – e soprattutto – di una ispirazione in precedenza rintracciata con minor frequenza. Il tutto senza snaturare un credo stilistico peculiare, composto da un indie/noise rock tanto imprevedibile quanto trascinante, reso sghembo da una formazione atipica: Daniel Spencer è contemporaneamente batterista e cantante principale, il che si traduce in linee melodiche generalmente poco complesse – di suo Spencer è comunque piuttosto limitato, un Dylan scanzonato – e uno stile dietro alle pelli che utilizza sequenze cassa-hihat-snare lineari, ma anche spregiudicate e iperdinamiche.
L’iniziale No Views sfoggia un basso post-punk e una chitarra di retaggio no-wave, prima di buttarla in cagnara. Brano assolutamente frenetico e forsennato che sul finale, con eccessi strumentali tra chitarre e tastiere effettate, riporta alla mente i compianti Parts & Labor, privi della batteria invasata di Christopher Weingarten. Rimanendo in territori uptempo e dal mood giocoso, semplicemente irresistibile è River of Longing: intrecci jangly, pulsazioni sempre a mille e quella progressione che – rallentata e arrangiata diversamente – potrebbe appartenere al Bruce Springsteen meno riflessivo. Sulla stessa linea la cavalcata Palace Of Love, arricchita da un bel gioco a due voci ad altezza Pixies e – nei fraseggi più briosi – Arcade Fire. I rumorismi assortiti di Costume Drama possono distrarre, ma alla fine la quadra sta sempre nel ritmo.
Quando i giri rallentano e le situazioni si fanno più sospese e rarefatte, i risultati sono comunque gradevoli: è il caso dell’eterea – ma oscura e vagamente decadente – Cruel Night e dell’abbozzo da notturna solitary beach di Dream Date. A completare l’opera, due brani in cui si manifesta un certo amore per il classico: Flowers in Mind (l’intro è paro-paro quello di Welcome Home dei Metallica), che si sviluppa in un post-americana che riporta alla mente i War On Drugs, e Gold, completamente affidata al timbro di Sarah, non troppo distante dallo stereotipo della rocker-FM anni ’80.
Illegals In Heaven è un disco multisfaccettato che unisce lo-fi noise, jangle-c86 e influenze americane in quaranta minuti credibili, piacevoli e fondamentalmente genuini.
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