Recensioni

Li vedi nel videoclip di Muted Colours e non sai se scoppiare a ridere o se lasciarti coinvolgere da quell’incredibile frullato minimal-kitsch che esce dal monitor. Eppure l’universo dei Chain Wallet è tutto rinchiuso in quei tre minuti scarsi di poesia retromaniaca: abbiamo le malinconiche lande desolate e sconfinate della Scandivania (sono di Bergen), un abbozzato look post-new romantic, la grana dell’immagine che sembra vecchia di trentacinque anni e soprattutto un po’ tutti gli elementi sonori che vanno a caratterizzare l’omonimo album d’esordio dei norvegesi: batteria bella aperta e incalzante, basso pulsante, arpeggini di chitarra, strati di tastiere, un timbro vocale di scuola eighties, il tutto passato sotto i dilatati aggiornamenti indie-dream lanciati da Captured Tracks.
Riassumendo, i Chain Wallet sono l’ideale anello di congiunzione tra gli A-Ha (o, in alcune occasioni, i Johnny Hates Jazz) e i Wild Nothing, sommersi in un immaginario che costantemente riporta alla mente i romanticismi sognanti delle colonne sonore dei film di John Hughes (Pretty in Pink in particolare). Negli episodi baciati da un songwriting più diretto e ispirato emerge un dreampop che canta alla luna come i migliori Echo & The Bunnymen. È il caso di Faded Fight («a faded fight puts us to rest tonight, begging for the moon to find us») e del suo chorus immediato («can’t you see, we’re not making any sense at all?»), uno di quelli che, per esempio, una band come i White Lies ha faticato ad intercettare nell’ultimo lustro. Rimanendo in tema di ritornelli azzeccati, l’apoteosi dell’effetto one shot 80s (sfiorando l’italo-disco) la si ha in Change of Heart, ma in questo caso più che le pellicole di Hughes tornano alla mente quelle dei fratelli Vanzina. Come accennato in precedenza, a questo strato di new wave sintetica guidata dalla voce corposa e nostalgica di Stian Iversen si sovrappone un lavoro di chitarra a metà strada tra tentazioni sophisti (Driving) ed una spiccata tendenza jangle che quando diventa protagonista può ricordare (in una veste più melodica, disimpegnata e layerizzata) alcune cose dei Motorama (Shade) o dei Radio Dept (Remnants of a Night).
Se escludiamo qualche eccesso plasticoso (Stuck In The Fall) e soluzioni che alla lunga tendono a suonare monocordi, Chain Wallet è un album che si fa apprezzare nella sua quasi totalità, senza però mai dare la sensazione di essere stato scritto da una band capace di lasciare una traccia di rilievo nell’attuale panorama indie pop.
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