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Dopo un 2016 di silenzio in seguito all’annuncio di ritiro dalle scene che aveva sbigottito fan e addetti ai lavori, il primo gennaio 2017 è tornato un po’ a sorpresa Chief Keef. L’ex prodigio della Chicago drill (sembra passata una vita da Finally Rich, ma ricordiamoci che Cozart è un classe ’95) ha infatti pubblicato un mixtape – ma al solito, si legge “album” – di 17 tracce prodotte da lui stesso e da Lex Luger. Un parallelo tra i due può essere tracciato piuttosto facilmente: entrambi tra i nomi principali da spendere in un ipotetico discorso sull’affermazione anche a livello mainstream del fenomeno trap degli anni ’10, entrambi con un largo seguito di imitatori ed epigoni che li hanno resi anzitempo quasi istituzionalizzati, entrambi ormai ben lontani dall’essere ancora sulla cresta dell’onda nel 2017 (se vogliamo parlare di novità). Quello che quindi sarebbe potuto essere un disco collaborativo attesissimo anche solo 5 anni fa, si trova oggi ad uscire un po’ in sordina.

A livello di scrittura la penna di Chief Keef si conferma sui suoi soliti territori, tra le esplosioni di violenza e scorci vita di strada che lo hanno reso uno dei nomi principali della drill della Windy City. È invece a livello di espedienti espressivi nel rapping che sembrano risiedere le prinicpali novità, con il (ancora) giovanissimo Cozart che alterna il suo solito flow scazzato a sussurri, parentesi cartoonesche, strascicamenti in auto-tune e ritornelli cantati per una poliedricità che ne amplia decisamente la palette tecnica rispetto al passato. Produttivamente siamo invece esattamente dove ci saremmo aspettati di essere, tra rullanti asettici e bassi che colano grasso arricchiti però da tutta una serie di campionamenti – il piano di Go, la sinistra ninna nanna di Nightmare in Running Late – che stemperano la maniera rendendo il tutto decisamente godibile. Ricordiamoci che la definitiva consacrazione per Luger era arrivata con Watch the Throne, per la cui produzione era stato chiamato da Kanye West (al solito infallibile cacciatore di talenti, e probabile responsabile di un latente amore per il citazionismo condiviso da Luger). La partecipazione negli 808 Mafia, le tangenze con Gucci Mane e una quantità impressionante di produzioni realizzate tra il 2010 e il 2012 (se ne contano oltre 200) lo avevano reso poi uno dei nomi di punta nella rinascita del sound di Atlanta e nella già detta diffusione nell’EDM e a livello mainstream della trap. Se quindi ora troviamo quello stile – ormai già ampiamente degenerato in maniera su tanti fronti – praticamente da qualsiasi parte ci giriamo, è anche (forse soprattutto) merito – o colpa – sua. Rimane comunque, e questa collaborazione ne è una prova evidente, che la bontà tecnica – e anche una certa freschezza, qui innegabile – di due maestri possano andare immediatamente oltre al muschio che già è cresciuto negli interstizi dei tantissimi imitatori.

In conclusione quindi non stiamo parlando di un capolavoro, che pure non era troppo realistico aspettarsi, ma di un disco anche parecchio divertente se vi piacciono gli stereotipi trapponi da Atlanta e Chicago – magari un pochino rinfrescati – e un apprezzabile tentativo di evoluzione da parte di due raggazz(in)i che rischiavano di essere diventati già (artisticamente) vecchi a soli 21 e 25 anni.

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