Recensioni

I Kitten, che fortunatamente non sono né le oscene Kittie aggiornate all’era dei gattini su Instagram, né le Atomic Kitten riunite in versione atomic-free e neppure quella Kitty in questi giorni con loro in tour e (ri)lanciata dal recente singolo Marijuana, provano a liberarsi dell’etichetta di eterna promessa mai concretizzata con un – lungamente atteso – omonimo album di debutto.
Seguendo la sempre più frequente tendenza usa & getta che vede alcuni artisti passare di moda – o quanto meno perdere dosi di hype – ancora prima della release dell’esordio lungo, i Kitten danno alle stampe la prova del nove con parte di quei media che li hanno supportati inizialmente già intenti a guardare altrove. Rallentati da problemi di formazione (tre membri sono passati definitivamente ai FIDLAR), i Kitten hanno probabilmente perso il treno giusto e a conti fatti è un vero peccato perchè come si era già intuito dagli EP Like a Stranger (2013), Sunday School (2010) e soprattutto dal Cut It Out EP di due anni fa, il progetto che ruota attorno alla figura della cantante Chloe Chaidez non difetta certamente della capacità di tirare fuori dal cilindro potenziali pezzi pop di successo.
La giovanissima Chloe Chaidez – “Been waiting for this moment for nearly 5 of my 19 years” ammette sulla pagina Facebook della band – ha indubbiamente talento, anche se va detto che l’età in alcune tracce gioca brutti scherzi, innalzando una fastidiosa patina teen che tende a privare di spessore un progetto che comunque non ha certo intenzione di portare un forte contributo artistico alla musica contemporanea. Quello che conta, in un ambito come quello in cui si muovono i Kitten, sono le canzoni, e le canzoni fortunatamente non mancano.
Kitten, che per metà eredita brani dagli EP precedenti (gli highlights Like a Stranger, I’ll Be Your Girl, Doubt, Cut It Out, G#, Kill the Light), non si muove su coordinate troppo distanti da quel concentrato di synth e chitarre che era Night Time, My Time di Sky Ferreira, alternando con furbizia riferimenti ’80-’90 e sviluppi melodici da classifica. I momenti eighties sono indubbiamente quelli che regalano i maggiori sussulti – specialmente l’accoppiata degna della Madonna del decennio degli one hit wonders formata da Like a Stranger e Doubt – grazie ad una produzione sicuramente a grana grossa ma non per questo “tamarra”. Merita invece un capitolo a parte Cathedral, vicina ad un certo tipo di goth-pop e contenente un prorompente assolo di sax. Se Why I Wait è l’episodio meno revivalistico con un set elettronico figlio delle intuizioni targate Purity Ring, poco invece è rimasto dei primi vagiti popgaze via-Garbage (se non la già apprezzata epicità ad altezza M83 di G#), sostutiti da un paio di incursioni in zona funk-pop – la virata da cocktail sulla spiaggia di Sex Drive e Devotion, brano che probabilmente non dispiacerebbe a Samantha Urbani – e dalla poco convincente ballad acustica dal retrogusto mid-90s Apples and Cigarettes.
In definitiva siamo di fronte ad un buon disco pop che svolge umilmente e degnamente il proprio – non così facile – compito, e non è detto che quel famoso treno non torni a passare.
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