Recensioni

6.8

Nell’ultimo lustro abbiamo assistito a una nuova stagione del jangle pop (vedi anche la nostra compilation SA presents Jangle 2012), traghettato verso lo stato di culto dalla deriva hip-pitchforkiana di parte della combriccola Captured Tracks e di pupilli indie quali i Real Estate. Tanta sostanza e tanti brani destinati a generare ventate nostalgiche tra qualche anno, ma anche tanta attitude vagamente stereotipata.

Gli americani Line & Circle sembrano stare fuori dal recinto della coolness, unendo un’estetica vagamente anonima a scelte stilistiche poco propense alla spettacolarizzazione. Insomma, non un gruppo destinato a facile visibilità, tanto che il contatore dei fan su Facebook è rimasto praticamente invariato (meno di mille like) rispetto ad un anno fa (quando uscì l’omonimo EP). Fortunatamente, però, Brian J. Cohen e compagni sanno scrivere brani compatti, piacevoli e dal repeat facile. L’album d’esordio Split Figure (pubblicato via Grand Gallop) ha il compito di condensare queste capacità su formato lungo e, contemporaneamente, di generare interesse verso una band che probabilmente meriterebbe più attenzioni. Per intenderci, all’interno dei trentotto minuti del disco è presente una quantità di materiale potenzialmente radiofonico elevatissima, se non fosse che oggigiorno a una proposta di questo tipo non viene dedicato lo spazio che avrebbe avuto nel periodo d’oro del college rock.

Come avevamo evidenziato all’interno della recensione dell’EP, è praticamente impossibile descrivere i Line & Circle senza tirare in ballo i R.E.M. del periodo I.R.S: la Rickenbacker a dipingere arpeggi jangly dinamici e ossessivi, un basso sempre presente a disegnare linee che ricordano quelle del primo Mike Mills e una batteria dritta e costante a donare la giusta dose di energia. A completare il cerchio la voce di Cohen, che suona come quella di uno Stipe meno empatico e più alla ricerca di un pathos talvolta leggermente forzato.

Su Split Figure ritroviamo quattro vecchie conoscenze: la sempre ottima Roman Ruins (il singolo del 2012 qui proposto in una nuova versione hi-fi), il singolo Mine is Mine (2014) e due brani contenuti nell’EP dello scorso anno, Wounded Desire e Mesolithic. Il resto dell’opera ruota principalmente attorno alla stessa formula, con strofe tese ma armoniose e ritornelli belli aperti e corali. Se si passa sopra ad alcuni passaggi telefonati, a sporadiche soluzioni melodiche decisamente troppo polite che odorano di band parrocchiale (il chorus di Out Of Metaphors, Complicated Heart) e ad una generale scarsa varietà, Split Figure (l’artwork, a tema sia con il titolo del disco, sia con il nome della band, è stato ripescato dal repertorio del pittore astrattista Paul Klee) regala minuti di gradevole e convenzionale rock-pop senza fronzoli, ben suonato e ben prodotto da Lewis Pesacov (Best Coast) e mixato da Jonathan Low e Brian McTear (The National, War On Drugs).

Chi aveva già avuto modo di apprezzare le release precedenti rimarrà forse deluso davanti all’evidenza: i brani migliori sono principalmente quelli già conosciuti. Per tutti gli altri, invece, si tratterà di una buona occasione per scoprire una formazione che nella sua semplicità e asetticità ha i numeri giusti per piacere ad un pubblico trasversale, dall’indie kid al più classico dei nostalgici, fino all’ascoltatore passivo da radio generalista.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette