• giu
    02
    2017

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4AD

Arrivati a metà del 2017 possiamo definitivamente sancire la fine dell’ondata female art-pop (nelle sue molteplici forme e contaminazioni, dreamy, post-r&b, synthpop…) culminata nella prima parte del decennio e capace, tra le altre cose, di plasmare parte dell’estetica del nuovo mainstream pop (Lorde, ad esempio). Se da un punto di vista è consigliabile non rimanere fossilizzati su aree stilistiche ormai sature, da un altro punto di vista, uscendo da discorsi contestualizzanti, è comunque giusto non chiudere le porte a chi – pur arrivando tardi alla festa – è capace di scrivere musica meritevole e di pubblicare album con una propria dignità. Va bene vivere la contemporaneità, ma talvolta si può anche rallentare la frenetica ricerca del nuovo a tutti i costi. Concettualmente lontana proprio da questa età dell’ansia in cui tutto deve essere vissuto here and now e in cui tutto diventa obsoleto prima ancora di sbocciare, l’inglese Pixx debutta su formato lungo (a due anni dal promettente EP Fall In) con un lavoro intitolato The Age of Anxiety (tributo al poema lungo di W. H. Auden del 1947) che, pure senza brillare, si fa apprezzare nella sua interezza.

Sfuggendo ai canoni sia della pop music più massimalista che a quelli della pop music più integralisticamente hip, la londinese Hannah Rodger/Pixx suona come un mostro di Frankenstein (e lo diciamo con un’accezione positiva) creato dalla 4AD, in cui coesistono molte delle sfumature che hanno reso gloriosa l’etichetta inglese, partendo dalla golden age (Cocteau Twins su tutti) per finire ai giorni nostri (nel singolo Waterslides sembra di sentire una Grimes tenuta a freno). L’operato di Pixx attraversa terreni synthpop in modo trasversale, alternando episodi downtempo (in questi frangenti il timbro assume tonalità più tenebrose e sognanti) e uptempo (qui la voce si fa più sbarazzina) con grande semplicità. Negli episodi più riflessivi, notturni ed impregnati di tensione la Nostra vocalmente può ricordare un incrocio tra Sarah Blackwood (Dubstar) e la compianta Trish Keenan (Broadcast), alla quale deve un approccio retro-futurista dai sentori 60s. Rispetto alle composizioni dei primi tempi (la qui assente Deplore, ad esempio) le tracce più recenti sembrano abbandonare il mood languido e glaciale da battute post-trip hop (con i Portishead non troppo distanti) a favore di un pop più brioso e attuale (Grip, singolo smaccatamente pop-oriented arricchito da un high-pitched loop). Altrove l’intro goth-wave di Telescreen regala nostalgiche memorie 80s, mentre l’algido synth iniziale dell’opener Bow Down sa come crescere sottopelle assumendo addirittura contorni pseudo-motorik. Lungo i dodici episodi, però, solo raramente la sensazione è quella di essere di fronte a qualcosa di memorabile: le grane elettroniche di Toes sono quelle di alcune hit minori di fine anni ’90, in Romance i synth non sembrano bilanciati nel migliore dei modi e il chorus di Everything is Weird in America, per quanto immediato, tende a stancare procedendo con gli ascolti (troppo ostentato e ripetitivo).

Preso singolarmente The Age of Anxiety ha più pro che contro, ma a conti fatti, nonostante l’eterno fascino dell’immaginario 4AD, non ci permette ancora di capire se Pixx possa ambire a qualcosa di più dello status di ennesima “nuova promessa” destinata a svanire nel nulla dopo il primo album.

5 giugno 2017
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