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Sono passati quarant’anni esatti da quel disco. Che rispetto al pop italiano è più o meno l’equivalente di un atterraggio alieno. Anima latina fece di Battisti un post-se stesso, ovvero introdusse la possibilità di un Battisti libero dalla codificazione tenace dell’immaginario popolare. La vicenda di un formidabile produttore di singoli – per sé e per altri – che d’un tratto sforna un vero e proprio concept album come questo, rifiutando di estrarne un singolo (quasi: in realtà nei juke-box uscirà Due mondi), per l’immaginario collettivo rappresentò uno scapaccione mai realmente assorbito.

Certo, dopo vennero altre canzoni di successo (Ancora tu, Sì, viaggiare, Una donna per amico, Con il nastro rosa…), però la frequenza ormai era stata spostata, Battisti si era riposizionato, l’angolazione verso il pubblico prevedeva anche l’imprevedibile. Era come se al centro del suo fare musica avesse posto l’intenzione di spostare “il confine di ciò che è normale”, per citare un verso di E già, il disco della frattura definitiva compiuta nel 1982. Ma Anima Latina comparve appunto nel novembre 1974, quando Battisti era ancora il Lucio nazionale, amatissimo anche dal pubblico televisivo (la sua ultima apparizione in un programma Rai è del settembre del 1972, quando presentò I giardini di marzo). Nessuno si aspettava un disco tanto complesso, stratificato, strutturalmente anomalo e caratterizzato da una particolarissima ricerca sui suoni (mai si era sentita in Italia una traccia vocale così poco “verbale”, trattata quasi come strumento tra strumenti).

Alle influenze del prog si stratificarono suggestioni latinoamericane che sfociarono in una dimensione inedita, un tropico della mente che non finisce ancora oggi di stupire. Inevitabile che un disco così fosse oggetto negli anni di speculazioni appassionate ma anche fantasiose, per non dire gratuite. Da cui il senso di mistero che ne ha sempre pervaso il resoconto dell’iter produttivo. Proprio per fare chiarezza, Renzo Stefanel torna sul luogo del delitto – suo il bel volume Anima Latina uscito per No Reply nel 2009 – con questo libro/indagine che ricostruisce, sulla scorta di uno straordinario lavoro di raccolta dati e con l’ausilio di testimonianze dirette, il plausibile arco temporale in cui si sono svolte prove e incisioni, il personale realmente coinvolto (ci ha suonato o no Ares Tavolazzi?) al di là del voluto depistaggio degli pseudonimi (chi era realmente Gneo Pompeo?), persino alcuni dettagli relativi a strumenti ed equipaggiamenti tecnici.

Emerge tra le righe l’affresco di un Paese intrappolato in un provincialismo culturale pernicioso, che perciò non ha mai saputo accogliere appieno le possibilità espressive della cosiddetta “musica leggera”. Particolarmente goduriosi in tal senso un articolo di Manuel Insolera su un Ciao 2001 di fine ’75 e la rarissima intervista di Battisti concessa al settimanale Il Monello (febbraio sempre del ’75). Stefanel, già autore del notevole Ma c’è qualcosa che non scordo. Lucio Battisti. Gli anni con Mogol. (Arcana, 2007) nonché collaboratore di Rockit, conosce il modo di dosare nella prosa passione e metodo, ironia e intuito. Il suo è uno sforzo di giornalismo investigativo presentato con chiarezza e con la leggerezza che merita l’argomento, come non siamo abituati a leggere dalle nostre parti. In appendice un intervento tutto pancia e cuore di Alessandro Grazian.

23 novembre 2014
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